Carissimi Diciottenni e Giovani,

scusate per il ritardo ma finalmente è tornato a casa mio papà dall’ospedale e cerco anch’io di riprendere i ritmi e la normalità.

Domenica scorsa abbiamo celebrato la Quinta e ultima Domenica di Quaresima: quando si dice che Gesù è la vita, è una grazia incalcolabile che lo si possa respirare ad ogni riga del racconto del vangelo di Giovanni della Risurrezione di Lazzaro. La sua umanità è come se fuoriuscisse da ogni piega della narrazione: Lazzaro, che esce dal sepolcro, è come il frutto maturo di questa sua pienezza di vita: “Se credi che io sono la risurrezione e la vita, tu vedrai la gloria di Dio”. Dice S. Ireneo che la “Gloria di Dio è l’essere umano pienamente vivo”, è Lazzaro che esce dal sepolcro. Nel racconto abbiamo avuto modo d’incrociare la vita quasi apparissero, una dopo l’altra, tutte le sue sfumature, le dimensioni del nostro vivere quotidiano convocate tutte nella figura di Gesù: a lui, come a noi, gli appartiene tutta la vita. Possiamo essere raggiunti dalla notizia di una malattia, possiamo trovarci in una situazione di pericolo; può capitarci di arrivare in ritardo e di raccogliere il lamento di chi ci aveva implorato; possiamo vedere visi che noi amiamo sconvolti dal pianto; può succederci che neppure noi riusciamo a resistere al pianto e al singhiozzo; e può succederci che neppure riusciamo a resistere a un fremito di protesta davanti all’arroganza della morte che ci strappa un amico. Abbiamo ancora una riserva: possiamo pregare Dio, nostro padre, lo chiamiamo in causa; dobbiamo credere che a mandarci è stato lui, dev’essere manifesto che ci ha mandato non per la morte ma per la vita. Ci sono momenti in cui le parole diventano grido, prima un pianto sommesso, ma poi il grido, “a gran voce”: “Lazzaro, vieni fuori”. Quando si dice che Gesù è Vita si dice e si racconta anche questo tumulto di sentimenti, di pensieri, di ritardi, di paure, di attese, d’indignazione, di forza prorompente e di passione che abitavano il suo cuore. Forse potremmo chiederci che cosa stesse all’origine di una simile passione che pulsa da ogni dove nel racconto. All’origine del tutto ci può essere la concretezza dell’amore, il nostro brano potrebbe essere letto come la rivelazione dell’amore, del modo di amare di Gesù, un amore che gli prendeva tutto, anima e corpo, un amore totalitario e passionale. E l’amore di Gesù per Lazzaro, per le sue amiche, è a caro prezzo; capi dei farisei, sacerdoti e Sinedrio giungono alla decisione estrema: va fermato una volta per sempre. Nel racconto c’è questo intreccio di amore e di odio: la tenerezza, quella di Gesù, di Marta e di Maria, ma anche la durezza e la spietatezza dei suoi oppositori. Un intreccio che turba quello che abita la vita e che anche oggi ci fa porre domande sulla vita: “Finché sono vivo, finché è giorno io cammino, io mi lascio condurre dalla luce”. Quasi dicesse: “Finché mi rimane vita, a spingere i miei passi sarà il bagliore dell’amore, le mie scelte saranno dettate da un amore senza condizioni”. “Forte come la morte è l’amore” scrive il Cantico dei cantici; ritornando al grido di Gesù alla tomba potremmo però anche dire che: “Più forte della morte è l’amore”. Questo segno di Gesù non cancella tutte le nostre domande perché nascono dalla morte che sembra alla fin fine vincente nella vita, onnipotente nel suo disegno e a cui anche Lazzaro un giorno ne conoscerà definitivamente l’ombra. A noi tocca sostare a questa fessura aperta dal racconto e invocare per noi, pur nell’ombra delle nostre mille domande, la fede di Marta. Fede, lo sappiamo, non significa sapere o adagiarci in definizioni, ma fede vuol dire affidarci a Gesù, alla luce di un amore senza cautele che lo spinge. A ciascuno di noi viene questa parola promettente di Gesù detta a Marta quel giorno, poco lontano da una tomba: “Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio?”. Quel giorno Marta aprì gli occhi, capi che “gloria di Dio” non è un essere umano nella morte ma è un essere umano nella pienezza della vita: “Io sono la risurrezione e la vita”.

In occasione della visita al Regno del Marocco, Sua Santità Papa Francesco e Sua Maestà il Re Mohammed VI, riconoscendo l’unicità e la sacralità di Gerusalemme e avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua peculiare vocazione di Città della Pace, condividono il seguente appello: «Noi riteniamo importante preservare la Città santa di Gerusalemme come patrimonio comune dell’umanità e soprattutto per i fedeli delle tre religioni monoteiste, come luogo di incontro e simbolo di coesistenza pacifica, in cui si coltivano il rispetto reciproco e il dialogo. A tale scopo devono essere conservati e promossi il carattere specifico multi-religioso, la dimensione spirituale e la peculiare identità culturale di Gerusalemme. Auspichiamo, di conseguenza, che nella Città santa siano garantiti la piena libertà di accesso ai fedeli delle tre religioni monoteiste e il diritto di ciascuna di esercitarvi il proprio culto, così che a Gerusalemme si elevi, da parte dei loro fedeli, la preghiera a Dio, Creatore di tutti, per un futuro di pace e di fraternità sulla terra».

Vi ricordo solo che la partenza per la Veglia in Traditio Symboli è domani alle 18:15 domani da p.zza Falcone e Borsellino a Carnago.

Buona giornata e buona settimana Autentica e Santa

 

dSte

Carissimi Diciottenni e Giovani,

ogni anno alla terza Domenica di Quaresima ci tocca la fatica di entrare in questo dibattito tra Gesù e un gruppo dirigente dei giudei. Erano giorni di festa, siamo nello spazio sacro del tempio: Gesù, quell’anno, era salito quasi di nascosto perché ormai era nell’occhio del ciclone; aveva dato inizio a un movimento spirituale che suscitava domande e reazioni; già Giovanni nel vangelo annota che “I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: “Dov’è quel tale?” Nessuno però parlava di lui in pubblico, per paura dei Giudei”; che lo si volesse uccidere era ormai risaputo, tant’è che molti si meravigliavano che gli si permettesse di parlare nel tempio. Proprio in quei giorni i Giudei avevano messo in atto un piano per arrestarlo, ma era fallito: coloro che erano stati mandati per arrestarlo, non se l’erano sentita. C’è qualcosa d’inquietante anche per noi nel racconto. Questa, che trapela dal nostro brano, è una malattia mortifera: i sintomi li sorprendiamo mettendo a confronto il brano della Samaritana al pozzo con questo dei Giudei nel tempio; là le parole uscivano come di vento, portavano lontano, facevano sognare; qui le parole stagnano, sono immobili, fanno morire; là accadeva che si liberava, per grazia, dalle pietre il pozzo ed era gorgogliare di sorgente; qui al contrario è la stagione delle pietre, parole come pietre, e qualcuno a rischio di pietre. La nostra riflessione potrebbe indugiare sulla polarità: quanto più le identità sono spente, formali, tanto più sono declamate e sbandierate. Se siamo figli di Dio o discendenti di Abramo basta la nostra vita a dirlo, non occorrono parole, soprattutto parole dure; questo vale anche oggi, vale anche per noi. Il pericolo esiste ed è quello di una riduzione della religione a una sorta di assicurazione sulla vita, di benedizione dell’esistente; si passa da una religione della profezia a una religione degli incantesimi. E’ ciò da cui metteva in guardia il suo popolo Mosè nel brano del Deuteronomio, cioè dal pericolo che, per esorcizzarci dall’ansia per il futuro, ci si lasci prendere da una religione che va in cerca di chi esercita la divinazione, di chi fa incantesimi, di chi consulta negromanti e indovini, di chi interroga i morti. Mentre da interrogare è la vita alla luce della Parola che ispira cammini. Come potevano rivendicare discendenza da Abramo quei Giudei che altro non sapevano fare che giocare in difesa, impermeabili al nuovo? Per di più la loro era un’identità ridotta, rattrappita, sclerotizzata, anche come visione del mondo: erano loro e basta. Nel brano, invece, domina ossessivamente il “noi! All’opposto, Abramo, di cui vantavano la discendenza era l’uomo delle stelle. Non è forse vero che al capitolo 15 della Genesi leggiamo: “Poi Dio lo condusse fuori e gli disse: «Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»”? Barricati nel tempio o fuori a guardare le stelle, ad ascoltare le stelle, a gioire, di un’umanità corale? Nella consapevolezza che è in questo modo che tu diventi una benedizione per i popoli e per la terra. Come Abramo, di cui fu detto: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra”.

Vi ricordo la preghiera del Venerdì alle 6:30 in oratorio a Carnago a cui segue la colazione insieme.

Buona settimana e buona continuazione della Quaresima

 

dSte

Carissimi Diciottenni e Giovani,

vi riporto uno stralcio dell’omelia di papa Francesco nella Messa del Mercoledì delle Ceneri: “Ognuno di noi può chiedersi: nel cammino della vita, cerco la rotta o mi accontento di vivere alla giornata, pensando solo a star bene, a risolvere qualche problema e a divertirmi un po’? Che sia forse la ricerca della salute, che tanti oggi dicono venire prima di tutto ma che prima o poi passerà? Forse i beni e il benessere? Ma non siamo al mondo per questo. Ritornate a me, dice il Signore. È il Signore la meta del nostro viaggio nel mondo. Per ritrovare questa rotta, oggi ci è offerto un segno: la cenere in testa. È un segno che ci fa pensare a che cosa abbiamo in testa. Il lieve strato di cenere che riceveremo è per dirci, con delicatezza e verità: di tante cose che hai per la testa, dietro cui ogni giorno corri e ti affanni, non resterà nulla. Per quanto ti affatichi, dalla vita non porterai con te alcuna ricchezza. Le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento. I beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta. La cultura dell’apparenza, oggi dominante, che induce a vivere per le cose che passano, è un grande inganno. Perché è come una fiammata: una volta finita, resta solo la cenere. La Quaresima è il tempo per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere. La Quaresima è riscoprire che siamo fatti per il fuoco che sempre arde, non per la cenere che subito si spegne; per Dio, non per il mondo; per l’eternità del Cielo, non per l’inganno della terra; per la libertà dei figli, non per la schiavitù delle cose. Possiamo chiederci oggi: da che parte sto? Vivo per il fuoco o per la cenere?

Vi ricordo la preghiera del Venerdì alle 6:30 in oratorio a Carnago a cui segue la colazione insieme.

Buona settimana e buon inizio di Quaresima

 

dSte

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Sabato mattina il segretario del Sinodo dei Vescovi sui giovani, il salesiano don Rossano Sala, ha dato un bellissimo ritorno dei lavori fatti pochi mesi fa e che ha dato il via a un rinnovamento ecclesiale. Riporto qualche appunto secondo me importante.

 

ESPERIENZA

  • Universale

Vita e non solo qualcosa di formale e asettico, che non esclude nessuno e che ha un respiro fuori dai confini. NON SIAMO SOLO NOI, la chiesa è più grande. Coraggio e gioia delle chiese MINORITARIE e PERSEGUITATE (Asia e Medio Oriente). Quelle ben più fondate sono depressive e faticose a causa dell’apparato amministrativo pesante. Le chiese antiche europee hanno dato un intervento ben fondato ed esperto; le chiese vittime degli abusi sono in tilt; tanta vicinanza e affetto attorno al papa.

  • Comunione

La chiesa sta metabolizzando un nuovo dinamismo giovanile, un nuovo modo di essere. La Chiesa compatisce e ha un cuore. La manipolazione dei media rischia di presentare un falso volto di Chiesa.

  • Umiltà

Rendersi conto di non essere all’altezza del compito e della vocazione ricevuta; a volte la Chiesa rischia di essere un apparato troppo burocratico e poco famiglia di Dio. (C’è bisogno di mangiare e pregare insieme e basta! Non serve presentare dei piccoli Superman; per questo tanti giovani si sono allontanati da questa chiesa che si ritiene fatta di santi).

 

CORPO: 5 costellazioni

  • Apertura all’ascolto

La nostra è una chiesa in debito di ascolto; i giovani non si sentono accolti e compresi. Dobbiamo aprirci interiormente e spiritualmente in ascolto dell’altro. Entrare nel suo modo di vedere il mondo e di vivere in esso.

Frérè Alois (priore della comunità di Taizè) augura che i nostri giovani possano far accadere nel nostro cuore quello che la Siro Fenicia ha provocato nel cuore di Gesù; questa persona cambia lo sguardo e la prospettiva anche del Signore che ha ‘imparato l’obbedienza da quello che ha patito’.

La chiesa istruisce, sì, ma non dobbiamo trattare la gente come un sacco vuoto da riempire con la nostra erudizione omiletica piena di contenuti; Emmaus innesca una miccia ma poi lascia lo spazio alla parola!

Questa questione viene da lontano: ‘Shemà Israel’ (Dt 6,4); ‘ausculta filii’ (Regola di San Benedetto);

GOD IS NOT SILENT IN THE SILENCE. Ci si sveglia nel silenzio; Dio abita nella vita dei giovani prima che si accostino nelle nostre comunità: dobbiamo offrire un clima adeguato perché Dio si possa svegliare nella loro vita.

Innanzitutto è una questione spirituale l’ascolto, se non si ascolta la PdD, non si riesce ad ascoltare e compatire il cuore dell’altro. Questo è il desiderio di Dio per l’uomo: non ti va di ascoltare un Dio così?

  • Comunità in discernimento

La chiesa è il luogo originario: accompagnare come cum-pane; dobbiamo creare ambienti adeguati al discernimento. Dobbiamo aiutare i giovani a fare discernimento vocazionale: MA NON SIAMO CAPACI, NON ABBIAMO AMBIENTI ADEGUATI PER FARLO. DOBBIAMO ASSUMERE L’HABITUS DEL DISCERNIMENTO COME MODO NORMALE DI FARE CHIESA.

  • Le pratiche pastorali

Il nostro discernimento è pastorale o dedicato solamente ad alcuni enti e momenti della vita? Se Dio ama tutti c’è una chiamata e personalizzazione dell’esperienza. Bisogna passare da una PASTORALE DELL’INTRATTENIMENTO A UNA PASTORALE DELLA CHIAMATA. Dio chiama dal grembo materno alla vecchiaia.

Imprevisto del Sinodo: la LITURGIA (IL (Instrumentum Laboris 69); la Liturgia è la PRIMA FORMA COMUNICATIVA DELLA CHIESA, è un biglietto da visita. È un modo di uscire nel mondo. Non dimentichiamoci che l’esperienza liturgica è espressione principale della coscienza cristiana. Dall’omelia i giovani attendono la mediazione tra il Dio vivente e la loro vita: ci si aspetta una saldatura.

L’oratorio e il criterio oratoriano; abbiamo qualcosa da dire e fare su una nostra tradizione per lo studio e la ripresa. Se non lo facciamo noi non lo fa nessuno. DF (Documento Finale) 138: c’è affetto e legame nei nostri oratori o è come andare in stazione a prendere un servizio dove non conosco nessuno? L’anelito alla fraternità è tante volte emerso dall’ascolto dei giovani.

Per noi ambrosiani il rapporto tra Oratori e PG non va demonizzato; l’oratorio deve essere un ambiente adeguato alla Chiesa del terzo millennio dove entrare in alleanza col popolo di Dio. Gli educatori messi a libro paga; i laici al posto dei preti. L’oratorio è sempre caratterizzato da un’esperienza di gratuità a moltissimi livelli. Senza il prete dell’oratorio che mi garantisce il legame tra comunità credente e comunità giovanile come facciamo? Se perdo quel legame lì è perso l’oratorio: ci vogliono giovani adulti e adulti che col don che oggi c’è si formino per costruire la comunità che unisce giovani e mondo. Quelli che vengono in oratorio non devono essere passivizzati. L’urgenza di oggi può essere una bella CHIAMATA DI DIO.

Se la nostra Liturgia fosse bella come è potente la tecnologia avremmo delle comunità bellissime!! Magari non esplosive ma belle.

  • Organizzazione pastorale

I muri dividono, i progetti uniscono; tutto è connesso! Mettere mano ai giovani vuol dire ripensare alla liturgia, ripensare al come fare le cose insieme.

  • Formazione per la missione

Facciamo tante iniziative (tipo OFE); tt fanno un servizio generoso, ma quanti fanno una ripresa verso un ottica vocazionale? Si fa un uso strumentale dei giovani per poi lasciarli lì in qualche modo: sono mano d’opera gratuita. Chi gli dà un accompagnamento rispetto a quello che hanno fatto in ottica vocazionale? (IL 194, 195).

DF 161: la PG è sempre in perdita, tempo, soldi… non ci mancano spazi e risorse, però vanno abitate con passione.

 

Concludo mettendo nelle mani del Signore tutte queste intenzioni e chiedendovi seriamente di valutare il cammino di formazione in collaborazione col PIME che trovate in allegato e nella sezione 18/19enni e Giovani.

 

Vi porto nella preghiera in questa settimana di pellegrinaggio in Egitto con l’Arcivescovo in cui andremo ad incontrare le famiglie dei cristiani copti che lì vi abitano e praticano la loro fede in Cristo Gesù.

 

PREGHIERA DEL PAPA PER LA RICEZIONE DEL SINODO

Signore Gesù,

la tua Chiesa che ha camminato verso il Sinodo

volge lo sguardo a tutti i giovani del mondo.

Ti preghiamo perché con coraggio

prendano in mano la loro vita,

mirino alle cose più belle e più profonde

e conservino sempre un cuore libero.

 

Accompagnati da guide sagge e generose,

aiutali a rispondere alla chiamata

che Tu rivolgi a ciascuno di loro,

per realizzare il proprio progetto di vita

e raggiungere la felicità.

Tieni aperto il loro cuore ai grandi sogni

e rendili attenti al bene dei fratelli.

 

Come il Discepolo amato,

siano anch’essi sotto la Croce

per accogliere tua Madre, ricevendola in dono da Te.

Siano testimoni della tua Risurrezione

e sappiano riconoscerti vivo accanto a loro

annunciando con gioia che Tu sei il Signore.

Amen.

 

Buona settimana

dSte

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Gesù qualche versetto prima del racconto che è stato ieri proclamato ha concluso il discorso del monte chiarendo chi sono i veri discepoli e mettendo in guardia da quelli che parlano solo parole, anche religiose, ma vuote. Abbiamo invece appena ascoltato che poi entra in Cafarnao, una città crocevia di incontri e di commerci e, in qualche misura, multireligiosa e laica. Ne è segno la presenza del centurione romano, che va a incontrare Gesù: è un pagano; qualcuno forse si sarà anche meravigliato: “Ma come? Tu pagano ti rivolgi a un nostro Rabbi?”. A farlo uscire da se stesso per incontrare il rabbi di Nazaret era il suo cuore; sentiamo le sue parole preoccupate per il suo servo, sono di una sofferenza che sembra strappargli il cuore; ma a muoverlo proprio verso quel rabbi era certamente anche quello che si diceva di lui. Gesù, dal canto suo, deve avergli letto negli occhi e nel cuore; non interpone nemmeno un minuto di esitazione: ”Verrò e lo guarirò”. Davanti a questa immediatezza di Gesù, il centurione entra in dialogo: dapprima con una sua confessione d’indegnità e in seguito con l’evocazione della potenza della parola: “Signore, io non sono degno”; un modo di sentire umile, confessato apertamente da lui, centurione, davanti a tutti. Ebbene l’innominato nel vangelo mai e poi mai avrebbe immaginato che quelle sue parole avrebbero attraversato i secoli e le avrebbero fatte proprie coloro che si accostano all’eucaristia in tutto il mondo. Anche quest’oggi, sull’onda della preghiera del centurione di Cafarnao, poco prima di ricevere l’Eucarestia, tutti confesseremo apertamente la nostra indegnità ”Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ una sola parola e io sarò salvato”. Al riconoscimento della sua umiltà il centurione aggiunge un altro riconoscimento, quello della forza della Parola di Gesù. Lui non aveva forse mai letto le Scritture Sacre, ma, per dono dello Spirito che supera monti e confini, con la sua anima onesta aveva forse intuito quanto della Parola di Dio era scritto nel rotolo di Isaia, là dove si racconta della potenza della Parola che non fa ritorno Dio senza aver operato: “Della mia parola, uscita dalla mia bocca, essa non torna me a vuota, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata”. Ebbene alle parole del centurione, Gesù stesso provò meraviglia; ammirò la fede del pagano e disse parole che davano le vertigini; devono essere rimbombate come un tuono in coloro che pretendevano di essere i depositari della fede: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato in nessuno una fede così grande!”. Li metteva tutti in fila e al primo posto il pagano! Lo innalzò a modello per la sua fede grande! Da un lato sembra di leggere, nel nostro racconto, un appello a dare fiducia alla parola del Signore con la stessa intensità con cui diede fiducia alla parola di Gesù quel centurione. Dall’altro sembra di leggere nelle parole di Gesù l’invito a un’arte che lui aveva e che noi in parte abbiamo disattesa: siamo stati educati a pensare che la fede la si debba trasmettere ed è vero, insegnamento prezioso; ma molto poco siamo stati educati all’arte di scoprire, come faceva Gesù, la fede in quelli che non appartengono al nostro territorio, che chiamiamo lontani, la fede dei non appartenenti alla nostra cerchia di conoscenze. Oggi vorrei pregare Gesù con voi perché c’insegni questa sua arte, occhi che sanno scoprire le tracce della fede così come riportato nel documento sulla ‘Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune’ firmato qualche giorno fa da papa Francesco con il grande Imam Al-Azhar durante il Viaggio Apostolico negli Emirati Arabi: “La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere. Partendo da questo valore trascendente, in diversi incontri dominati da un’atmosfera di fratellanza e amicizia, abbiamo condiviso le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo, al livello del progresso scientifico e tecnico, delle conquiste terapeutiche, dell’era digitale, dei mass media, delle comunicazioni; al livello della povertà, delle guerre e delle afflizioni di tanti fratelli e sorelle in diverse parti del mondo, a causa della corsa agli armamenti, delle ingiustizie sociali, della corruzione, delle disuguaglianze, del degrado morale, del terrorismo, della discriminazione, dell’estremismo e di tanti altri motivi. Da questi fraterni e sinceri confronti, che abbiamo avuto, e dall’incontro pieno di speranza in un futuro luminoso per tutti gli esseri umani, è nata l’idea di questo »Documento sulla Fratellanza Umana « . Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli.”

Buona settimana

Don Stefano

Carissimi Diciottenni e Giovani,

ieri abbiamo celebrato la festa della Santa Famiglia; la Scrittura non dà spazio a tante teorizzazioni sulla famiglia ma su storie di famiglie anche molto diverse ognuna con la sua tipicità: nasce da qui l’invito ad essere attenti alle biografie perché non ce n’è una che sia il calco di un’altra. Oggi il vangelo di Matteo, della famiglia di Nazaret, racconta i giorni del ritorno dall’Egitto. C’è stata una notte di fuga, su mandato di un angelo, perché a rischio era la vita di Gesù bambino: di che cosa è stato segno, che cosa può suggerire alle nostre famiglie dentro la loro reale biografia? Si parla di sradicamenti: è una famiglia che vive sulla sua pelle il dramma che milioni e milioni di famiglie vivono oggi; prima un viaggio verso un’altra terra, poi il ritorno alla propria terra perché c’è un agguato di morte. E Dio viene con un angelo a comandare una fuga perché non è per la morte: chissà quante volte ci siamo chiesti se nei sogni di tanti non ci sia stato il passaggio dell’angelo; tocca la responsabilità di Giuseppe, diremmo dell’uomo: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre”. Che cosa tocca invece le nostre famiglie nel concreto? Ascoltare le preoccupazioni della notte, leggervi dalla Parola di Dio un’indicazione di orizzonte è solo l’inizio: poi la scelta è affidata a noi. La via la studiamo noi; ciò che dobbiamo portare lo prepariamo noi con Maria. Lo spaesamento, poi, lo si prova insieme come a cercare casa e lavoro quando da un giorno all’altro viene perso improvvisamente. Anche l’indicazione della terra in cui ritornare è fondamentalmente generica, ma Giuseppe è tutt’altro che l’uomo passivo in cui spesso lo incorniciamo. Venendo a sapere di Archelao, decise di mettere casa in un’altra regione, va a Nazaret. Sembra di vedere nel racconto quasi un elogio di questa paternità nella sua intelligenza e intraprendenza. Cosa significa poi allora prendersi cura? E ancora: Giuseppe è “SOLO” un papà (di un figlio non suo per altro), laico; non è nella classe sacerdotale e non fa parte di nessuna gerarchia ecclesiastica diremmo noi oggi. E’ chiamato in causa lui, con la sua intelligenza, la sua visione della realtà e il suo coraggio di rischiare; come dovrebbe essere ciascun genitore oggi: a prendersi cura della sua famiglia, della chiesa nella propria comunità e del paesein prima persona. “La nazione” – ricordava alcuni anni fa papa Francesco in un convegno della Chiesa italiana a Firenze – “non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione, in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose”. E ancora: “La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media… La Chiesa sia fermento di dialogo, d’incontro e di unità. Non dobbiamo aver paura: è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. Il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”.
E’ qualcosa di più di uno stile, è il nostro modo di essere fedeli al vangelo: il prenderci cura. Lo invochiamo dal Signore in questa eucaristia. Ce lo auguriamo, come credenti.

Buona settimana

Don Stefano

Carissimi Diciottenni e Giovani,

ieri abbiamo celebrato la Solennità dell’Epifania: beato chi di noi ancora sente scorrere un brivido dentro, all’accendersi del racconto di Matteo sui Magi; dov’è la manifestazione? Per chi è la manifestazione? Per dire che è a tutti, i vangeli vanno a scovare i lontani e le strade meno note, sconosciute agli apparati e meno visibili; ripensando ai magi e agli altri testimoni della nascita di Gesù, si può presentare alla mente l’immagine fiumi carsici: nessuno li vede, poi un giorno ti accorgi dell’esistenza perché sbucano. Che viaggio avranno mai fatto, i testimoni della nascita? Come non sentirsi prendere dal desiderio che qualcuno ci racconti il viaggio? In parte l’ha fatto Matteo con il suo racconto sui magi: il fiume si è interrato dal suo inizio in Oriente ed eccolo sbucare a Gerusalemme; il sussulto appartiene al fiume che scorre nelle grotte: sopra trovi spesso una crosta immobile, impermeabile, roccia dura. Stupisce, ma può anche essere così la notizia nei racconti della nascita; pensiamo ai pastori, un piccolo povero torrente di gente inaffidabile scorre sotto la crosta della storia, nella notte, e arriva in vista di una mangiatoia; al ritorno li ritrovi sbucati di nuovo presso le loro greggi, a raccontare. Oggi il racconto dei magi: il loro torrente viene da lontano, lontano, ma non senza luce, non senza stella: vengono dall’Oriente, il viaggio del torrente è lungo. Sbuca, dicevamo, a Gerusalemme, ma che cosa trova? Acque stagnanti, rimangono fermi e anche un po’ impauriti da questi che hanno un entusiasmo tale da provocare quasi fastidio: loro decidono di restare con i piedi per terra. Ma il torrente dei magi non si arrende all’opacità; riprende a scorrere, è in vista di nuovo della stella che conduce a una casa: il bambino non è più un neonato e i suoi abitano una casa, a Betlemme. E oggi, festa dell’Epifania, pensiamo ai viaggi degli infiniti torrenti, spesso nascosti, spinte di acque sotto la crosta delle mille e mille storie di ogni uomo e di ogni donna.
Il rotolo di Isaia da cui è tratto il brano che oggi abbiamo ascoltato è più solenne: parla di Gerusalemme e di un affluire di popoli; ma, se lo leggiamo alla luce della vicenda dei magi, ci sembra di capire che la grandezza non sta nella città ma nel mirabile muoversi: i pastori condotti da angeli e i magi condotti da una stella. “Al vedere la stella” è scritto “provarono una gioia grandissima, entrati nella casa, videro il bambino e sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni…”. La scena ci appare di una semplicità incantevole: una casa, dei viandanti venuti dall’oriente, gente che si emoziona per via di una stella e che s’incanta per un bambino accanto a una madre. Vince la semplicità nelle avventure dello Spirito, la non assuefazione, la passione, la capacità di meravigliarsi, la luce della coscienza sull’immobilità di riti e dottrine e la prontezza a muoversi nel cammino di Dio. Aprirono poi i loro scrigni: non erano che maghi, cercatori di stelle, non dovevano avere con sé chissà quali ricchezze; ma i doni non rivestono importanza per via della loro eccezionalità, per il prezzo, ma per quello che significano. L’oro, forse, era un grumo d’oro, ma era come se con l‘oro i magi volessero riconoscere la dignità del bambino, con l’incenso avvolgere quella dignità di profumo, e con la mirra fare una dichiarazione di amore (nel dono della vita). Il torrente arriva a riconoscere la dignità del piccolo, ad avvolgerlo di ebbrezza di profumo, a dichiararlo amato. Vale per Gesù, vale per ogni donna, per ogni uomo, per il creato, per ogni essere vivente.
E’ la strada che ci aprono i magi, è la loro alternativa a quella di Erode, del potere: “Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

 

Buona settimana

Don Stefano

Carissimi Diciottenni e Giovani,

nel Vangelo di Ieri, quarta Domenica di Avvento, ci siamo riconosciuti nel Messia a dorso di puledro; erano giorni di grande salita perché, di lì a poco, sarebbe stata Pasqua; era un convenire di gente da vicino e da lontano. Anche Gesù sale camminando davanti a tutti, come se in qualche misura volesse trascinare gli altri, quasi a dare l’orientamento e la spinta; infatti più d’uno dei suoi discepoli non era così entusiasta di quella salita alla città santa. Avevano constatato che la prospettiva del regno trovava resistenze in particolare da parte del potere. Sarebbe stato come gettare un tizzone di fuoco nella paglia; oltre che per aggregarsi alla grande celebrazione di quei giorni saliva anche per la grande rivelazione. Abbiamo tutti notato, però, come Gesù quel giorno volle precisare, fin nei dettagli, come doveva essere quel suo ingresso. Tutto si giocava intorno a un puledro: ne andava della sua immagine. Sullo sfondo, inoltre, ci sembra di scorgere un Messia che è venuto a slegarci, a scioglierci per farci respirare dentro stagioni di libertà dello spirito. L’ingresso del profeta di Nazaret aveva il sapore di un’inconfondibile contestazione radicale rispetto agli altri ingressi del potere noiosamente sempre uguali a se stessi perché trionfali. Guardiamo quella piccola folla di poveri e straccioni, che stende mantelli per le strade e, lontana dalle arroganze di coloro che contano, acclama un venire umile e mite. E’ l’Avvento di Dio e del suo messia in cui crediamo che ci parla della strada di Dio ma anche della vera strada dell’uomo sulla quale Gesù ci ha sempre preceduti. Ci parla di un nuovo umanesimo che papa Francesco, alla chiesa italiana a Firenze, lo descrisse in tre aspetti: umiltà, disinteresse e  beatitudine. L’ingresso dell’umile slega l’umano perché cerca la felicità dell’altro, genera festa anche per le strade. Questi tratti di Gesù devono essere anche quelli della sua chiesa: “ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta e perde il senso; se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi è triste; le beatitudini sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto. I gesti parlano più di molte parole: anche noi siamo chiamati tutti a metterci, come credenti ma anche come umani, su questa lunghezza d’onda del vangelo che può rigenerare sulla terra un nuovo umanesimo di vivere e di stare al mondo.

Buona Settimana

Don Stefano

Carissimi 18/19enni e Giovani,

rinveniamo nelle letture di ieri la parola ‘via’; ma la pensiamo anche noi come desiderio anche dentro tanti pensieri di questi giorni: l’urgenza di una vera via da aprire, non un imbroglio o un fallimento; che non sia una strada che poi si riveli malauguratamente senza vie di uscita o cieca. Una via, in modo speciale, da aprire a Gesù; è la notizia buona secondo l’evangelista Marco che introduce il suo racconto dicendo che l’ ‘inizio della Buona Notizia’ è Gesù. Dire che il Vangelo, la Notizia Buona, per noi oggi, per questa terra e comunità che amiamo, è Gesù, dovrebbe riorientare tutto il nostro desiderio a Lui! Marco, prima ancora che Gesù arrivi al Giordano, ci racconta che c’è un esempio da seguire: Giovanni che ne anticipa la venuta e, rifacendosi alla profezia d’Isaia, c’invita adesso con urgenza a preparare la via a Gesù. A chi tocca farlo? Nella prima lettura dapprima sembra che debba essere un messaggero a fare da apripista; poi nel Vangelo il grido dal deserto rilancia una chiamata al plurale: preparare la strada non è affare di uno, ma compito che spetta a tutti. A volte ci prende la sensazione di non sapere più che strada scegliere, di essere come smarriti, come se si annebbiasse l’orizzonte e si facesse fatica a intravedere la via; quando non bastano i propri occhi a scorgere un pezzo di strada sicura e affidabile è importante aver accolto l’invito a preparare La strada perché quella che emergerà possa essere per Gesù. Si delineerà davanti agli occhi una via che è una persona in carne e ossa; una via concreta come la sua vita. Il profeta Isaia, ancora nella prima lettura, ci annuncia un futuro, giorni in cui popoli, che per Israele erano stati causa di devastazioni e deportazioni, si ritroveranno a vivere una comunione d’intenti, una riconciliazione. Tutto il brano va riletto come una spinta a sognare nel nome di Dio. La via da preparare è quella di Dio, via di comunicazione, che mette in connessione, in dialogo, in condivisione, i popoli anche se con religioni diverse: assiri, egiziani, Israeliti. Tocca a noi, a ciascuno di noi creare strade di comunicazione e di comunione: la vera benedizione; colpisce molto questo verbo che conclude le ultime parole del brano: i tre diventano una benedizione in mezzo alla terra. A noi il compito di preparare a tutti i livelli, da quelli più personali a quelli più universali, vie che mettano in comunicazione perché tutti vi possano transitare. Prepariamo una benedizione per la terra.

Con altre parole, così l’Arcivescovo nell’Omelia della prima Domenica di Avvento in duomo: “Che cosa dice Dio a questa terra immersa nel dramma della storia (ragazzo sotto al treno; ragazzo massacrato nel garage; fatti brutti della vita)? Dice all’impazienza: non è subito la fine! Dice ai suoi discepoli: non lasciatevi prendere dall’impazienza. Piuttosto attrezzatevi per la resistenza, disponetevi alla perseveranza. Coloro che sono attrezzati per la resistenza e disposti alla perseveranza sono quelli che sono capaci di vivere le situazioni come occasioni; affrontano la persecuzione senza lasciarsi terrorizzare perché sono miti e disponibili alla benevolenza anche verso chi li fa soffrire; non dicono parole proprie, ma che vengono da Dio: perciò benedicono e non maledicono. La resistenza può, per grazia di Dio, vincere l’impazienza, illuminare la storia e seminare speranza”.

 

Buona Settimana

Don Stefano

Carissimi 18/19enni e giovani,

uno sguardo molto bello per la nostra vita cristiana dalla Rubrica del Corriere della Sera “Letti da Rifare” curata da Alessandro D’Avenia:

 

PER ME E’ UN NO!

«Non possiedo nessun talento. Non voglio crogiolarmi nell’autocommiserazione, è così. Io non ho niente da dare». È uno dei temi ricorrenti nelle lettere che ricevo dai ragazzi, ma ho scelto queste parole di una ventenne perché, in un solo doloroso giro di frase, c’è il nesso tra l’avere un talento e la possibilità di donare qualcosa. Ma la parola «talento», nella cultura della prestazione e del successo, si è profondamente trasformata. «Talento» va ormai a braccetto con show: qualcosa, anche se acerbo, da dare in pasto al pubblico. Così non si ha un talento, si è un talento: l’identità dura il tempo della ribalta. I «talent», che abbracciano tutte le età e ambiti utili all’audience, hanno riportato in auge il talento come dono da riconoscere e valorizzare. Il format infatti ha la struttura di una scuola, ma si tratta di una costruzione narrativa che riduce il talento a competizione nella quale chi non va avanti — «per me è un no!» è diventato proverbiale — deve affrontare ciò che, nella vita ordinaria, è un fallimento. Il contesto provoca quindi un cortocircuito: non ho successo, non valgo, non ho talento. Uno dei motivi dell’insoddisfazione cronica di oggi è frutto dell’immaginario della felicità come successo. Ma la vita non ha valore per la prestazione, bensì per la presenza: nulla e nessuno appare invano. I Greci definivano la verità aletheia: ciò che non rimane nascosto e deve venire alla luce. Il successo però si concentra sulle luci (della ribalta), non su ciò che viene alla luce. I talent di fatto forzano il tempo necessario per lavorare sul proprio dono: infatti il talento si coltiva, il successo si produce. Ed è per questo che molti «successi», spesso esplosi con i talent, con il tempo (a volte bastano pochi mesi) tornano a un amaro silenzio, perché non nati da ciò che merita di venire alla luce, ma su un consenso abbagliato e abbagliante. Aveva talento da vendere o per vendere?

Originariamente però la parola talento indicava la bilancia e per estensione un’unità di misura di peso/valore dell’oro. E perché allora la usiamo tutti i giorni? È diventata proverbiale grazie alla parabola di Cristo raccolta da Matteo nel suo Vangelo. Una delle cose che più mi colpisce della nostra cultura, nata dall’incrocio di Atene e Gerusalemme, è l’ignoranza dei Vangeli, eppure basterebbero sei ore a leggerli. Diceva Borges, nelle sue lezioni americane, che, credenti o no (lui non lo era), le tre storie meglio raccontate al mondo sono IliadeOdissea e Vangelo, e proprio in quest’ultimo trovava la perfezione del racconto epico. Sì, Borges dice «poema epico», perché è il genere in cui l’uomo si confronta con il destino. Nei Vangeli si trova un’arte di vivere che non ha nulla a che vedere con lo smorto sentimentalismo e citazionismo a cui sono spesso ridotti. Una delle cause è nella lettura che ne diede Nietzsche ravvisando nel cristianesimo proprio il contrario dell’epos: le dimissioni dalla vita terrena a favore di quella ultraterrena. Eppure chi legge davvero il Vangelo non trova un invito a ritirarsi dalla vita, ma una sfida: a differenza degli «straordinari» eroi omerici, trova l’epica dell’uomo «ordinario», perché eroica è ogni vita, perché anche la più nascosta deve venire alla luce. Lo mostra proprio la parabola «dei talenti». Parabola (da «lanciare attorno» e da cui il nostro «parola») è un racconto che prova a definire qualcosa di così denso che si può farlo solo con il linguaggio metaforico, e in questo caso il tema scottante è il giudizio divino. Comincia così: «Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni». Il creato è affidato all’uomo: non è proprietario, ma custode, non è padrone, ma al servizio. Il padrone parte, la fiducia nell’uomo è totale: una certa «assenza» di Dio è buona, garantisce la nostra libertà. Tornerà, ma nel frattempo la sua presenza è nei beni. L’epica comincia a emergere: la vita dell’uomo è responsabilità (rispondere all’inatteso) e protagonismo (combattere in prima linea). Il racconto infatti continua così: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì». Il passo è decisivo: i talenti non coincidono con le capacità, ma sono dei beni affidati in base ad esse. Le capacità sono il frutto del grande gioco di libertà umana e necessità del cosmo (scelte, genetica, ambiente), e la base di ogni benedetta differenza. «Ha le capacità ma non si applica» è il ritornello che ha descritto migliaia di alunni. Ma quali capacità? A questo deve saper rispondere l’educatore: se non lo ha chiaro non può educare a coltivare i talenti. Nella parabola il padrone li affida in base alle capacità, a ciascuno viene dato il massimo. La capacità di un boccale di birra è diversa da quella di un bicchiere da liquore, ma se vengono colmati sono pieni entrambi. I talenti sono quindi «tutta la vita» che possiamo ricevere in base alla nostra «capacità».

Ai tempi di Cristo un talento era una cifra esorbitante: 35 chili d’oro (oggi 1,2 milioni di euro). Questo significa che a ciascuno viene affidato qualcosa di grandioso, né al di sopra né al di sotto delle proprie possibilità e nel rispetto delle differenze: un dono inatteso che chiama all’avventura. Così i talenti rendono alcuni servi gli eroi della storia: «Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che ne aveva ricevuto uno solo, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone». O ci si impegna da protagonisti per ampliare la vita che ci tocca o la si sotterra. Sappiamo come finisce: il padrone torna «dopo molto tempo» (la durata della vita) e premia chi ha moltiplicato: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Chi ha saputo ampliare una piccola parte del patrimonio della vita lo riceve tutto intero: diventa padrone. Invece l’antieroe si giustifica: «Per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo». Ha sprecato la vita per paura, le sue capacità sono rimaste inattive, e resta un servo: «Servo malvagio e pigro, avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così l’avrei ritirato con gli interessi. Toglietegli il talento, e il fannullone gettatelo fuori nelle tenebre». Il pigro non prende posizione, sotterra la vita, che gli viene tolta perché non l’ha mai vissuta: «Questi sciaurati che mai non fur vivi», così Dante chiama gli ignavi, coloro che, indifferenti a tutto, sono morti in vita.

Il talento è allora la vita stessa nel suo darsi: l’uomo è vivo se rimane aperto, riceve tutta la vita che può e la moltiplica. Come? Attraverso la creatività, dote di tutti gli artisti del quotidiano: siamo fatti per creare con la materia che riceviamo. Tanto che possiamo adattare a ciascuno le parole di Dostoevskij sul poeta: «Non è lui il vero creatore, bensì la vita, la possente sostanza della vita, l’autentico Dio vivente, che concentra la forza e la varietà della sua potenza creativa, perlopiù in un cuore generoso, cosicché se si può dire che non è il poeta stesso l’autentico creatore tuttavia la sua anima è indubbiamente la miniera che crea il diamante». Creare ha infatti la stessa radice di crescere: crea chi fa crescere la vita, cioè chi ama. I talenti di un docente sono le vite degli alunni: da ricevere e moltiplicare, non sotterrare. I talenti di un padre sono i figli, il talento di un marito è la moglie. Il talento di un artista è un dolore da trasformare in bellezza. Insomma il talento è tutto ciò che riceviamo ogni giorno, sta a noi decidere se diventare protagonisti (accettare e moltiplicare) o indifferenti (sotterrare). Inoltre i talenti, mentre proviamo ad accrescerli, fanno crescere le nostre capacità: se accresci, cresci. Continua infatti Dostoevskij: «Dopo si ha la seconda fase dell’intervento del poeta, dopo aver trovato il diamante, lo rifinisce alla perfezione (qui la sua parte è quasi solo quella di un gioielliere)». Più mi impegno per le vite degli alunni (tanti talenti quanti nomi) più le mie capacità educative crescono, divento l’eroe di un poema quotidiano: servire la vita senza essere servo, anzi uscendo dalla condizione servile proprio grazie al patrimonio che mi viene affidato. Ed è una gioia!

Il letto da rifare oggi è restituire al talento il significato ricettivo, ridimensionando quello prestazionale alimentato dall’io frammentato che si aggrappa a ciò che sembra dargli consistenza. Mente chi dice di non avere talenti: è un talento il lunedì, un amico, un film, persino un dolore o una crisi, perché tutto è vitale. Vivere non è ingabbiare la vita in schemi e pretese, ma scegliere che posizione prendere rispetto a ciò che ci viene incontro: ricevere e moltiplicare, rischiando, o sotterrare per paura o comodità. «Adesso so che posizione prendere», così scriveva nel suo Diario Etty Hillesum, ebrea, innamorata del Vangelo di Matteo, morta in campo di concentramento, e si chiedeva: «Sono già abbastanza avanti da dire: spero di andare al campo per essere di appoggio alle ragazze di sedici anni che ci vanno? Per rassicurare i genitori: non siate inquieti, io vigilerò sui vostri figli. In fondo il nostro unico dovere è dissodare in noi stessi vaste aree di pace, per irraggiarle sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato». Cara ragazza della lettera, c’è sempre qualcosa di cui essere ricchi e da dare: il segreto è rimanere aperti per riceverlo, ogni giorno, e prender posizione per moltiplicarlo, costi quel che costi. Solo così, nel poema di ogni vita, tutto diventa vero, tutto viene alla luce.

Corriere della Sera, 5 novembre 2018

 

https://www.corriere.it/alessandro-davenia-letti-da-rifare/

 

Buona Settimana

Don Stefano