Carissimi Diciottenni e Giovani,

Gesù qualche versetto prima del racconto che è stato ieri proclamato ha concluso il discorso del monte chiarendo chi sono i veri discepoli e mettendo in guardia da quelli che parlano solo parole, anche religiose, ma vuote. Abbiamo invece appena ascoltato che poi entra in Cafarnao, una città crocevia di incontri e di commerci e, in qualche misura, multireligiosa e laica. Ne è segno la presenza del centurione romano, che va a incontrare Gesù: è un pagano; qualcuno forse si sarà anche meravigliato: “Ma come? Tu pagano ti rivolgi a un nostro Rabbi?”. A farlo uscire da se stesso per incontrare il rabbi di Nazaret era il suo cuore; sentiamo le sue parole preoccupate per il suo servo, sono di una sofferenza che sembra strappargli il cuore; ma a muoverlo proprio verso quel rabbi era certamente anche quello che si diceva di lui. Gesù, dal canto suo, deve avergli letto negli occhi e nel cuore; non interpone nemmeno un minuto di esitazione: ”Verrò e lo guarirò”. Davanti a questa immediatezza di Gesù, il centurione entra in dialogo: dapprima con una sua confessione d’indegnità e in seguito con l’evocazione della potenza della parola: “Signore, io non sono degno”; un modo di sentire umile, confessato apertamente da lui, centurione, davanti a tutti. Ebbene l’innominato nel vangelo mai e poi mai avrebbe immaginato che quelle sue parole avrebbero attraversato i secoli e le avrebbero fatte proprie coloro che si accostano all’eucaristia in tutto il mondo. Anche quest’oggi, sull’onda della preghiera del centurione di Cafarnao, poco prima di ricevere l’Eucarestia, tutti confesseremo apertamente la nostra indegnità ”Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ una sola parola e io sarò salvato”. Al riconoscimento della sua umiltà il centurione aggiunge un altro riconoscimento, quello della forza della Parola di Gesù. Lui non aveva forse mai letto le Scritture Sacre, ma, per dono dello Spirito che supera monti e confini, con la sua anima onesta aveva forse intuito quanto della Parola di Dio era scritto nel rotolo di Isaia, là dove si racconta della potenza della Parola che non fa ritorno Dio senza aver operato: “Della mia parola, uscita dalla mia bocca, essa non torna me a vuota, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata”. Ebbene alle parole del centurione, Gesù stesso provò meraviglia; ammirò la fede del pagano e disse parole che davano le vertigini; devono essere rimbombate come un tuono in coloro che pretendevano di essere i depositari della fede: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato in nessuno una fede così grande!”. Li metteva tutti in fila e al primo posto il pagano! Lo innalzò a modello per la sua fede grande! Da un lato sembra di leggere, nel nostro racconto, un appello a dare fiducia alla parola del Signore con la stessa intensità con cui diede fiducia alla parola di Gesù quel centurione. Dall’altro sembra di leggere nelle parole di Gesù l’invito a un’arte che lui aveva e che noi in parte abbiamo disattesa: siamo stati educati a pensare che la fede la si debba trasmettere ed è vero, insegnamento prezioso; ma molto poco siamo stati educati all’arte di scoprire, come faceva Gesù, la fede in quelli che non appartengono al nostro territorio, che chiamiamo lontani, la fede dei non appartenenti alla nostra cerchia di conoscenze. Oggi vorrei pregare Gesù con voi perché c’insegni questa sua arte, occhi che sanno scoprire le tracce della fede così come riportato nel documento sulla ‘Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune’ firmato qualche giorno fa da papa Francesco con il grande Imam Al-Azhar durante il Viaggio Apostolico negli Emirati Arabi: “La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere. Partendo da questo valore trascendente, in diversi incontri dominati da un’atmosfera di fratellanza e amicizia, abbiamo condiviso le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo, al livello del progresso scientifico e tecnico, delle conquiste terapeutiche, dell’era digitale, dei mass media, delle comunicazioni; al livello della povertà, delle guerre e delle afflizioni di tanti fratelli e sorelle in diverse parti del mondo, a causa della corsa agli armamenti, delle ingiustizie sociali, della corruzione, delle disuguaglianze, del degrado morale, del terrorismo, della discriminazione, dell’estremismo e di tanti altri motivi. Da questi fraterni e sinceri confronti, che abbiamo avuto, e dall’incontro pieno di speranza in un futuro luminoso per tutti gli esseri umani, è nata l’idea di questo »Documento sulla Fratellanza Umana « . Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli.”

Buona settimana

Don Stefano

Carissimi Diciottenni e Giovani,

ieri abbiamo celebrato la festa della Santa Famiglia; la Scrittura non dà spazio a tante teorizzazioni sulla famiglia ma su storie di famiglie anche molto diverse ognuna con la sua tipicità: nasce da qui l’invito ad essere attenti alle biografie perché non ce n’è una che sia il calco di un’altra. Oggi il vangelo di Matteo, della famiglia di Nazaret, racconta i giorni del ritorno dall’Egitto. C’è stata una notte di fuga, su mandato di un angelo, perché a rischio era la vita di Gesù bambino: di che cosa è stato segno, che cosa può suggerire alle nostre famiglie dentro la loro reale biografia? Si parla di sradicamenti: è una famiglia che vive sulla sua pelle il dramma che milioni e milioni di famiglie vivono oggi; prima un viaggio verso un’altra terra, poi il ritorno alla propria terra perché c’è un agguato di morte. E Dio viene con un angelo a comandare una fuga perché non è per la morte: chissà quante volte ci siamo chiesti se nei sogni di tanti non ci sia stato il passaggio dell’angelo; tocca la responsabilità di Giuseppe, diremmo dell’uomo: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre”. Che cosa tocca invece le nostre famiglie nel concreto? Ascoltare le preoccupazioni della notte, leggervi dalla Parola di Dio un’indicazione di orizzonte è solo l’inizio: poi la scelta è affidata a noi. La via la studiamo noi; ciò che dobbiamo portare lo prepariamo noi con Maria. Lo spaesamento, poi, lo si prova insieme come a cercare casa e lavoro quando da un giorno all’altro viene perso improvvisamente. Anche l’indicazione della terra in cui ritornare è fondamentalmente generica, ma Giuseppe è tutt’altro che l’uomo passivo in cui spesso lo incorniciamo. Venendo a sapere di Archelao, decise di mettere casa in un’altra regione, va a Nazaret. Sembra di vedere nel racconto quasi un elogio di questa paternità nella sua intelligenza e intraprendenza. Cosa significa poi allora prendersi cura? E ancora: Giuseppe è “SOLO” un papà (di un figlio non suo per altro), laico; non è nella classe sacerdotale e non fa parte di nessuna gerarchia ecclesiastica diremmo noi oggi. E’ chiamato in causa lui, con la sua intelligenza, la sua visione della realtà e il suo coraggio di rischiare; come dovrebbe essere ciascun genitore oggi: a prendersi cura della sua famiglia, della chiesa nella propria comunità e del paesein prima persona. “La nazione” – ricordava alcuni anni fa papa Francesco in un convegno della Chiesa italiana a Firenze – “non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione, in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose”. E ancora: “La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media… La Chiesa sia fermento di dialogo, d’incontro e di unità. Non dobbiamo aver paura: è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. Il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”.
E’ qualcosa di più di uno stile, è il nostro modo di essere fedeli al vangelo: il prenderci cura. Lo invochiamo dal Signore in questa eucaristia. Ce lo auguriamo, come credenti.

Buona settimana

Don Stefano

Carissimi Diciottenni e Giovani,

ieri abbiamo celebrato la Solennità dell’Epifania: beato chi di noi ancora sente scorrere un brivido dentro, all’accendersi del racconto di Matteo sui Magi; dov’è la manifestazione? Per chi è la manifestazione? Per dire che è a tutti, i vangeli vanno a scovare i lontani e le strade meno note, sconosciute agli apparati e meno visibili; ripensando ai magi e agli altri testimoni della nascita di Gesù, si può presentare alla mente l’immagine fiumi carsici: nessuno li vede, poi un giorno ti accorgi dell’esistenza perché sbucano. Che viaggio avranno mai fatto, i testimoni della nascita? Come non sentirsi prendere dal desiderio che qualcuno ci racconti il viaggio? In parte l’ha fatto Matteo con il suo racconto sui magi: il fiume si è interrato dal suo inizio in Oriente ed eccolo sbucare a Gerusalemme; il sussulto appartiene al fiume che scorre nelle grotte: sopra trovi spesso una crosta immobile, impermeabile, roccia dura. Stupisce, ma può anche essere così la notizia nei racconti della nascita; pensiamo ai pastori, un piccolo povero torrente di gente inaffidabile scorre sotto la crosta della storia, nella notte, e arriva in vista di una mangiatoia; al ritorno li ritrovi sbucati di nuovo presso le loro greggi, a raccontare. Oggi il racconto dei magi: il loro torrente viene da lontano, lontano, ma non senza luce, non senza stella: vengono dall’Oriente, il viaggio del torrente è lungo. Sbuca, dicevamo, a Gerusalemme, ma che cosa trova? Acque stagnanti, rimangono fermi e anche un po’ impauriti da questi che hanno un entusiasmo tale da provocare quasi fastidio: loro decidono di restare con i piedi per terra. Ma il torrente dei magi non si arrende all’opacità; riprende a scorrere, è in vista di nuovo della stella che conduce a una casa: il bambino non è più un neonato e i suoi abitano una casa, a Betlemme. E oggi, festa dell’Epifania, pensiamo ai viaggi degli infiniti torrenti, spesso nascosti, spinte di acque sotto la crosta delle mille e mille storie di ogni uomo e di ogni donna.
Il rotolo di Isaia da cui è tratto il brano che oggi abbiamo ascoltato è più solenne: parla di Gerusalemme e di un affluire di popoli; ma, se lo leggiamo alla luce della vicenda dei magi, ci sembra di capire che la grandezza non sta nella città ma nel mirabile muoversi: i pastori condotti da angeli e i magi condotti da una stella. “Al vedere la stella” è scritto “provarono una gioia grandissima, entrati nella casa, videro il bambino e sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni…”. La scena ci appare di una semplicità incantevole: una casa, dei viandanti venuti dall’oriente, gente che si emoziona per via di una stella e che s’incanta per un bambino accanto a una madre. Vince la semplicità nelle avventure dello Spirito, la non assuefazione, la passione, la capacità di meravigliarsi, la luce della coscienza sull’immobilità di riti e dottrine e la prontezza a muoversi nel cammino di Dio. Aprirono poi i loro scrigni: non erano che maghi, cercatori di stelle, non dovevano avere con sé chissà quali ricchezze; ma i doni non rivestono importanza per via della loro eccezionalità, per il prezzo, ma per quello che significano. L’oro, forse, era un grumo d’oro, ma era come se con l‘oro i magi volessero riconoscere la dignità del bambino, con l’incenso avvolgere quella dignità di profumo, e con la mirra fare una dichiarazione di amore (nel dono della vita). Il torrente arriva a riconoscere la dignità del piccolo, ad avvolgerlo di ebbrezza di profumo, a dichiararlo amato. Vale per Gesù, vale per ogni donna, per ogni uomo, per il creato, per ogni essere vivente.
E’ la strada che ci aprono i magi, è la loro alternativa a quella di Erode, del potere: “Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

 

Buona settimana

Don Stefano

Carissimi Diciottenni e Giovani,

nel Vangelo di Ieri, quarta Domenica di Avvento, ci siamo riconosciuti nel Messia a dorso di puledro; erano giorni di grande salita perché, di lì a poco, sarebbe stata Pasqua; era un convenire di gente da vicino e da lontano. Anche Gesù sale camminando davanti a tutti, come se in qualche misura volesse trascinare gli altri, quasi a dare l’orientamento e la spinta; infatti più d’uno dei suoi discepoli non era così entusiasta di quella salita alla città santa. Avevano constatato che la prospettiva del regno trovava resistenze in particolare da parte del potere. Sarebbe stato come gettare un tizzone di fuoco nella paglia; oltre che per aggregarsi alla grande celebrazione di quei giorni saliva anche per la grande rivelazione. Abbiamo tutti notato, però, come Gesù quel giorno volle precisare, fin nei dettagli, come doveva essere quel suo ingresso. Tutto si giocava intorno a un puledro: ne andava della sua immagine. Sullo sfondo, inoltre, ci sembra di scorgere un Messia che è venuto a slegarci, a scioglierci per farci respirare dentro stagioni di libertà dello spirito. L’ingresso del profeta di Nazaret aveva il sapore di un’inconfondibile contestazione radicale rispetto agli altri ingressi del potere noiosamente sempre uguali a se stessi perché trionfali. Guardiamo quella piccola folla di poveri e straccioni, che stende mantelli per le strade e, lontana dalle arroganze di coloro che contano, acclama un venire umile e mite. E’ l’Avvento di Dio e del suo messia in cui crediamo che ci parla della strada di Dio ma anche della vera strada dell’uomo sulla quale Gesù ci ha sempre preceduti. Ci parla di un nuovo umanesimo che papa Francesco, alla chiesa italiana a Firenze, lo descrisse in tre aspetti: umiltà, disinteresse e  beatitudine. L’ingresso dell’umile slega l’umano perché cerca la felicità dell’altro, genera festa anche per le strade. Questi tratti di Gesù devono essere anche quelli della sua chiesa: “ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta e perde il senso; se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi è triste; le beatitudini sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto. I gesti parlano più di molte parole: anche noi siamo chiamati tutti a metterci, come credenti ma anche come umani, su questa lunghezza d’onda del vangelo che può rigenerare sulla terra un nuovo umanesimo di vivere e di stare al mondo.

Buona Settimana

Don Stefano

Carissimi 18/19enni e Giovani,

rinveniamo nelle letture di ieri la parola ‘via’; ma la pensiamo anche noi come desiderio anche dentro tanti pensieri di questi giorni: l’urgenza di una vera via da aprire, non un imbroglio o un fallimento; che non sia una strada che poi si riveli malauguratamente senza vie di uscita o cieca. Una via, in modo speciale, da aprire a Gesù; è la notizia buona secondo l’evangelista Marco che introduce il suo racconto dicendo che l’ ‘inizio della Buona Notizia’ è Gesù. Dire che il Vangelo, la Notizia Buona, per noi oggi, per questa terra e comunità che amiamo, è Gesù, dovrebbe riorientare tutto il nostro desiderio a Lui! Marco, prima ancora che Gesù arrivi al Giordano, ci racconta che c’è un esempio da seguire: Giovanni che ne anticipa la venuta e, rifacendosi alla profezia d’Isaia, c’invita adesso con urgenza a preparare la via a Gesù. A chi tocca farlo? Nella prima lettura dapprima sembra che debba essere un messaggero a fare da apripista; poi nel Vangelo il grido dal deserto rilancia una chiamata al plurale: preparare la strada non è affare di uno, ma compito che spetta a tutti. A volte ci prende la sensazione di non sapere più che strada scegliere, di essere come smarriti, come se si annebbiasse l’orizzonte e si facesse fatica a intravedere la via; quando non bastano i propri occhi a scorgere un pezzo di strada sicura e affidabile è importante aver accolto l’invito a preparare La strada perché quella che emergerà possa essere per Gesù. Si delineerà davanti agli occhi una via che è una persona in carne e ossa; una via concreta come la sua vita. Il profeta Isaia, ancora nella prima lettura, ci annuncia un futuro, giorni in cui popoli, che per Israele erano stati causa di devastazioni e deportazioni, si ritroveranno a vivere una comunione d’intenti, una riconciliazione. Tutto il brano va riletto come una spinta a sognare nel nome di Dio. La via da preparare è quella di Dio, via di comunicazione, che mette in connessione, in dialogo, in condivisione, i popoli anche se con religioni diverse: assiri, egiziani, Israeliti. Tocca a noi, a ciascuno di noi creare strade di comunicazione e di comunione: la vera benedizione; colpisce molto questo verbo che conclude le ultime parole del brano: i tre diventano una benedizione in mezzo alla terra. A noi il compito di preparare a tutti i livelli, da quelli più personali a quelli più universali, vie che mettano in comunicazione perché tutti vi possano transitare. Prepariamo una benedizione per la terra.

Con altre parole, così l’Arcivescovo nell’Omelia della prima Domenica di Avvento in duomo: “Che cosa dice Dio a questa terra immersa nel dramma della storia (ragazzo sotto al treno; ragazzo massacrato nel garage; fatti brutti della vita)? Dice all’impazienza: non è subito la fine! Dice ai suoi discepoli: non lasciatevi prendere dall’impazienza. Piuttosto attrezzatevi per la resistenza, disponetevi alla perseveranza. Coloro che sono attrezzati per la resistenza e disposti alla perseveranza sono quelli che sono capaci di vivere le situazioni come occasioni; affrontano la persecuzione senza lasciarsi terrorizzare perché sono miti e disponibili alla benevolenza anche verso chi li fa soffrire; non dicono parole proprie, ma che vengono da Dio: perciò benedicono e non maledicono. La resistenza può, per grazia di Dio, vincere l’impazienza, illuminare la storia e seminare speranza”.

 

Buona Settimana

Don Stefano

Carissimi 18/19enni e giovani,

uno sguardo molto bello per la nostra vita cristiana dalla Rubrica del Corriere della Sera “Letti da Rifare” curata da Alessandro D’Avenia:

 

PER ME E’ UN NO!

«Non possiedo nessun talento. Non voglio crogiolarmi nell’autocommiserazione, è così. Io non ho niente da dare». È uno dei temi ricorrenti nelle lettere che ricevo dai ragazzi, ma ho scelto queste parole di una ventenne perché, in un solo doloroso giro di frase, c’è il nesso tra l’avere un talento e la possibilità di donare qualcosa. Ma la parola «talento», nella cultura della prestazione e del successo, si è profondamente trasformata. «Talento» va ormai a braccetto con show: qualcosa, anche se acerbo, da dare in pasto al pubblico. Così non si ha un talento, si è un talento: l’identità dura il tempo della ribalta. I «talent», che abbracciano tutte le età e ambiti utili all’audience, hanno riportato in auge il talento come dono da riconoscere e valorizzare. Il format infatti ha la struttura di una scuola, ma si tratta di una costruzione narrativa che riduce il talento a competizione nella quale chi non va avanti — «per me è un no!» è diventato proverbiale — deve affrontare ciò che, nella vita ordinaria, è un fallimento. Il contesto provoca quindi un cortocircuito: non ho successo, non valgo, non ho talento. Uno dei motivi dell’insoddisfazione cronica di oggi è frutto dell’immaginario della felicità come successo. Ma la vita non ha valore per la prestazione, bensì per la presenza: nulla e nessuno appare invano. I Greci definivano la verità aletheia: ciò che non rimane nascosto e deve venire alla luce. Il successo però si concentra sulle luci (della ribalta), non su ciò che viene alla luce. I talent di fatto forzano il tempo necessario per lavorare sul proprio dono: infatti il talento si coltiva, il successo si produce. Ed è per questo che molti «successi», spesso esplosi con i talent, con il tempo (a volte bastano pochi mesi) tornano a un amaro silenzio, perché non nati da ciò che merita di venire alla luce, ma su un consenso abbagliato e abbagliante. Aveva talento da vendere o per vendere?

Originariamente però la parola talento indicava la bilancia e per estensione un’unità di misura di peso/valore dell’oro. E perché allora la usiamo tutti i giorni? È diventata proverbiale grazie alla parabola di Cristo raccolta da Matteo nel suo Vangelo. Una delle cose che più mi colpisce della nostra cultura, nata dall’incrocio di Atene e Gerusalemme, è l’ignoranza dei Vangeli, eppure basterebbero sei ore a leggerli. Diceva Borges, nelle sue lezioni americane, che, credenti o no (lui non lo era), le tre storie meglio raccontate al mondo sono IliadeOdissea e Vangelo, e proprio in quest’ultimo trovava la perfezione del racconto epico. Sì, Borges dice «poema epico», perché è il genere in cui l’uomo si confronta con il destino. Nei Vangeli si trova un’arte di vivere che non ha nulla a che vedere con lo smorto sentimentalismo e citazionismo a cui sono spesso ridotti. Una delle cause è nella lettura che ne diede Nietzsche ravvisando nel cristianesimo proprio il contrario dell’epos: le dimissioni dalla vita terrena a favore di quella ultraterrena. Eppure chi legge davvero il Vangelo non trova un invito a ritirarsi dalla vita, ma una sfida: a differenza degli «straordinari» eroi omerici, trova l’epica dell’uomo «ordinario», perché eroica è ogni vita, perché anche la più nascosta deve venire alla luce. Lo mostra proprio la parabola «dei talenti». Parabola (da «lanciare attorno» e da cui il nostro «parola») è un racconto che prova a definire qualcosa di così denso che si può farlo solo con il linguaggio metaforico, e in questo caso il tema scottante è il giudizio divino. Comincia così: «Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni». Il creato è affidato all’uomo: non è proprietario, ma custode, non è padrone, ma al servizio. Il padrone parte, la fiducia nell’uomo è totale: una certa «assenza» di Dio è buona, garantisce la nostra libertà. Tornerà, ma nel frattempo la sua presenza è nei beni. L’epica comincia a emergere: la vita dell’uomo è responsabilità (rispondere all’inatteso) e protagonismo (combattere in prima linea). Il racconto infatti continua così: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì». Il passo è decisivo: i talenti non coincidono con le capacità, ma sono dei beni affidati in base ad esse. Le capacità sono il frutto del grande gioco di libertà umana e necessità del cosmo (scelte, genetica, ambiente), e la base di ogni benedetta differenza. «Ha le capacità ma non si applica» è il ritornello che ha descritto migliaia di alunni. Ma quali capacità? A questo deve saper rispondere l’educatore: se non lo ha chiaro non può educare a coltivare i talenti. Nella parabola il padrone li affida in base alle capacità, a ciascuno viene dato il massimo. La capacità di un boccale di birra è diversa da quella di un bicchiere da liquore, ma se vengono colmati sono pieni entrambi. I talenti sono quindi «tutta la vita» che possiamo ricevere in base alla nostra «capacità».

Ai tempi di Cristo un talento era una cifra esorbitante: 35 chili d’oro (oggi 1,2 milioni di euro). Questo significa che a ciascuno viene affidato qualcosa di grandioso, né al di sopra né al di sotto delle proprie possibilità e nel rispetto delle differenze: un dono inatteso che chiama all’avventura. Così i talenti rendono alcuni servi gli eroi della storia: «Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che ne aveva ricevuto uno solo, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone». O ci si impegna da protagonisti per ampliare la vita che ci tocca o la si sotterra. Sappiamo come finisce: il padrone torna «dopo molto tempo» (la durata della vita) e premia chi ha moltiplicato: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Chi ha saputo ampliare una piccola parte del patrimonio della vita lo riceve tutto intero: diventa padrone. Invece l’antieroe si giustifica: «Per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo». Ha sprecato la vita per paura, le sue capacità sono rimaste inattive, e resta un servo: «Servo malvagio e pigro, avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così l’avrei ritirato con gli interessi. Toglietegli il talento, e il fannullone gettatelo fuori nelle tenebre». Il pigro non prende posizione, sotterra la vita, che gli viene tolta perché non l’ha mai vissuta: «Questi sciaurati che mai non fur vivi», così Dante chiama gli ignavi, coloro che, indifferenti a tutto, sono morti in vita.

Il talento è allora la vita stessa nel suo darsi: l’uomo è vivo se rimane aperto, riceve tutta la vita che può e la moltiplica. Come? Attraverso la creatività, dote di tutti gli artisti del quotidiano: siamo fatti per creare con la materia che riceviamo. Tanto che possiamo adattare a ciascuno le parole di Dostoevskij sul poeta: «Non è lui il vero creatore, bensì la vita, la possente sostanza della vita, l’autentico Dio vivente, che concentra la forza e la varietà della sua potenza creativa, perlopiù in un cuore generoso, cosicché se si può dire che non è il poeta stesso l’autentico creatore tuttavia la sua anima è indubbiamente la miniera che crea il diamante». Creare ha infatti la stessa radice di crescere: crea chi fa crescere la vita, cioè chi ama. I talenti di un docente sono le vite degli alunni: da ricevere e moltiplicare, non sotterrare. I talenti di un padre sono i figli, il talento di un marito è la moglie. Il talento di un artista è un dolore da trasformare in bellezza. Insomma il talento è tutto ciò che riceviamo ogni giorno, sta a noi decidere se diventare protagonisti (accettare e moltiplicare) o indifferenti (sotterrare). Inoltre i talenti, mentre proviamo ad accrescerli, fanno crescere le nostre capacità: se accresci, cresci. Continua infatti Dostoevskij: «Dopo si ha la seconda fase dell’intervento del poeta, dopo aver trovato il diamante, lo rifinisce alla perfezione (qui la sua parte è quasi solo quella di un gioielliere)». Più mi impegno per le vite degli alunni (tanti talenti quanti nomi) più le mie capacità educative crescono, divento l’eroe di un poema quotidiano: servire la vita senza essere servo, anzi uscendo dalla condizione servile proprio grazie al patrimonio che mi viene affidato. Ed è una gioia!

Il letto da rifare oggi è restituire al talento il significato ricettivo, ridimensionando quello prestazionale alimentato dall’io frammentato che si aggrappa a ciò che sembra dargli consistenza. Mente chi dice di non avere talenti: è un talento il lunedì, un amico, un film, persino un dolore o una crisi, perché tutto è vitale. Vivere non è ingabbiare la vita in schemi e pretese, ma scegliere che posizione prendere rispetto a ciò che ci viene incontro: ricevere e moltiplicare, rischiando, o sotterrare per paura o comodità. «Adesso so che posizione prendere», così scriveva nel suo Diario Etty Hillesum, ebrea, innamorata del Vangelo di Matteo, morta in campo di concentramento, e si chiedeva: «Sono già abbastanza avanti da dire: spero di andare al campo per essere di appoggio alle ragazze di sedici anni che ci vanno? Per rassicurare i genitori: non siate inquieti, io vigilerò sui vostri figli. In fondo il nostro unico dovere è dissodare in noi stessi vaste aree di pace, per irraggiarle sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato». Cara ragazza della lettera, c’è sempre qualcosa di cui essere ricchi e da dare: il segreto è rimanere aperti per riceverlo, ogni giorno, e prender posizione per moltiplicarlo, costi quel che costi. Solo così, nel poema di ogni vita, tutto diventa vero, tutto viene alla luce.

Corriere della Sera, 5 novembre 2018

 

https://www.corriere.it/alessandro-davenia-letti-da-rifare/

 

Buona Settimana

Don Stefano

Carissimi 18/19enni e giovani,

faccio una sosta breve sulla pagina della finale del vangelo di Marco di ieri: passiamo dalla tavola, apparecchiata in una casa, all’universalità del mondo; colpisce subito la connessione tra povertà umana e il compito sovrumano. Il Vangelo sorprendentemente connette le due cose: “Li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”, e subito aggiunge: “andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”. Gesù affida agli inaffidabili la missione che ha per spazio il mondo. C’è da capire che in quest’impresa sproporzionata e sovrumana, li accompagna, un altro; il vero protagonista con cui loro collaborano è lo Spirito. Noi troppo spesso rischiamo di dimenticarcene e facciamo come se tutto dipendesse da noi, dai nostri protagonismi, dalle nostre strategie ecclesiastiche: li accompagna Gesù in Spirito. Ce lo ricordiamo che la nostra opera è frutto di un “insieme”? che lo Spirito agisce con noi? “E confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”: sono gesti di sollevamento dalle proprie depressioni, ferite, ossessioni, povertà; c’è la conferma della Parola. A tutti è data la possibilità di essere salvati: nel brano degli Atti degli apostoli, al racconto stupefacente in cui Filippo ascolta voce degli angeli e dell’eunuco, troviamo una ricchezza di suggestioni per la chiesa di oggi,che s’interroga sulla sua fedeltà al vangelo. “Un angelo del Signore parlò a Filippo”: una voce risuona dentro; anche noi siamo chiamati ad alzarci, a farla finita con la nostra pigrizia di stare immobili, perduti nelle nostre lamentazioni. E tutto, nel nostro episodio, avviene all’aperto: sembra di leggere una vocazione a stare sulla strada, non rinchiusi, non immobili neanche mentalmente. Nell’invito dell’angelo a scendere sulla strada c’è anche una strana specificazione: “Essa è deserta”; quante volte siamo tentati di rimanere in casa perché diciamo che il mondo in cui viviamo è un deserto e che gli uomini d’oggi sono un deserto? Ma non è forse scritto nel vangelo che “Dio tanto ha amato il mondo da dare per noi il suo Figlio”? E noi allora prolunghiamo, facciamo sentire, nelle circostanze in cui ci è dato vivere, l’amore di Dio per il mondo: uscendo, scendendo per strada, avvicinandoci, inventandoci qualcosa. E’ l’amore che invita a uscire, a scendere in strada, a inventare; oggi, giornata missionaria, il richiamo sembra luminosamente pertinente: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”; il pensiero corre sia alla terre lontane ma anche a quelle vicine: la notizia buona del vangelo chiede di essere ridetta anche tra di noi. La condizione è abolire le distanze e salire sul carro con l’eunuco; “accostati”: è un verbo che, in un colpo solo, fa giustizia di tutte le nostre paure e cancella tutte le nostre distanze; e ascoltare: non avere cioè la foga e la pretesa d’inondare l’altro con un mare di parole. Filippo doveva essere esercitato nell’arte di ascoltare perché è udì che l’eunuco leggeva un passo del rotolo di Isaia. E, quando parlò iniziò con una domanda: “Capisci quello che stai leggendo?”. Altra cosa da imparare: iniziare con una domanda, per cui l’altro si senta preso sul serio e sia stimolato a una ricerca; le domande mettono in cammino. Preghiamo allora il Signore Gesù perché ci faccia esperti nell’arte della domanda e perché possiamo trovare quella giusta da cui partire per un dialogo sulla vita alla luce della Parola.

Buona settimana 

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Carissimi diciottenni e giovani,

c’è un filo rosso che percorre le letture di ieri: l’immagine del seme e l’avventura del crescere; il Vangelo racconta di un seme seminato nel campo, e, ancora, di un granello di senape che cresce in un terreno e, ancora, racconta di tre misure di farina che una donna ha impastato e che cresce per via di un grumo di lievito. Di germogli abbiamo trovato scritto anche nel rotolo di Isaia, dove Dio dice: “Io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia non ve ne accorgete?”. Anche Paolo nella lettera ai Corinti scrive di germogli: “Io ho piantato, ma era Dio che faceva crescere”. Il seme, il chicco di senape, il grumo di lievito sono accomunati  dall’immagine della piccolezza in partenza e della grandezza in arrivo; è quasi una sconfessione dei nostri sogni, o, meglio, delle nostre pretese di una grandezza in partenza. E’ la sconfessione della nostra ubriacatura dello straordinario e della nostra incuranza, della nostra assenza di stupore, per una vita ordinaria, per creature silenziose, spesso ritenute insignificanti, proprio perché non rumorose. Non lo si sente il crescere del seme nella terra o il fermentare della pasta nella madia. Il vangelo c’insegna quest’attenzione al silenzio della crescita nascosta; dentro una stagione, come la nostra, che celebra ossessivamente l’eccezionale, quanto sarebbe prezioso l’invito a esercitarci, in controtendenza, a scoprire e anche a celebrare il “piccolo” della vita e nella vita. Il piccolo, inoltre, è abitato da una potenza di crescita insospettata, inimmaginabile se si guarda la sua minuscola, minutissima, piccola, misura; dovremmo stupirci anche di questo fenomeno silenzioso della crescita delle creature, delle situazioni e leggervi, come ci ricorda Paolo, l’opera silenziosa di Dio. In un’altra parabola Gesù dirà che il seme “cresce da sé” e non perché gli stai con il fiato addosso: non si tratta d’imporre ma di favorire i germogli, di credere nel bene e nella bellezza; “il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato un seme bello nel campo”. E ancora: l’albero cresciuto dal granello di senape è diventato talmente grande “che gli di uccelli fanno una tenda tra i rami”; è suggestivo il pensiero che il crescere delle persone, delle cose, delle istituzioni abbia come fine il fare tenda, il creare luoghi ospitali. Non è forse detto di Gesù, nel vangelo di Giovanni, che “mise la tenda” dell’ospitalità in mezzo a noi? E se pensassimo che un metro sicuro e infallibile per il vangelo, per verificare una crescita è se siamo persone mature perché facciamo una tenda avendo il dono di essere con la nostra vita ospitale? Nella prima delle parabole che oggi abbiamo ascoltato fa capolino anche il problema della zizzania; è una realtà che Gesù liquida brevemente: “è il demonio che ha fatto questo”! La parabola poi si sofferma a descrivere prima la meraviglia e poi la reazione dei servi: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. Gesù risponde con un divieto secco ampiamente disatteso nella nostra storia cristiana dove presuntuosamente ci arroghiamo il diritto di giudicare e di estirpare. Gesù ci dice che questa mescola di seme buono e di zizzania è una condizione permanente della storia; se fossimo sinceri, questo mescolarsi di cose belle e di cose meno belle, di cose buone e di cose meno buone, dovremmo sorprenderla innanzitutto in noi stessi. Non ne siamo immuni, né noi né i nostri ambienti; non c’è bisogno di estirpatori, né di donne e uomini che puntino il dito, che creino distanze, con la pretesa di essere un campo immacolato. Così facendo al Vangelo toglieremmo il cuore, la notizia che Dio ha seminato nel campo di ciascuno un seme bello. E l’arte della vita non è fare il vuoto intorno a noi ma fare tenda: questo il segno della crescita e anche il sogno più bello che possiamo coltivare nel cuore.

Buona Settimana

 

Don Stefano

Carissimi diciottenni e giovani,

riporto la richiesta di preghiera della Chiesa per il mese di Ottobre che inizia domani:

“Papa Francesco ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di Ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi.
Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub Tuum Praesidium”, e con la preghiera a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse12, 7-12).

La preghiera – ha affermato il Pontefice pochi giorni fa, l’11 settembre, in un’omelia a Santa Marta, citando il primo libro di Giobbe – è l’arma contro il Grande accusatore che “gira per il mondo cercando come accusare”. Solo la preghiera lo può sconfiggere. I mistici russi e i grandi santi di tutte le tradizioni consigliavano, nei momenti di turbolenza spirituale, di proteggersi sotto il manto della Santa Madre di Dio pronunciando l’invocazione “Sub Tuum Praesidium”.

L’invocazione “Sub Tuum Praesidium” recita così:
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e Benedetta
(Sub tuum praesidium confugimus Sancta Dei Genitrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo Gloriosa et Benedicta)

Con questa richiesta di intercessione il Papa chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la Santa Madre di Dio, ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga.

Il Santo Padre ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di Ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:
San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen.”

Spero possiamo vederci numerosi sabato sera alla Veglia in Redditio Symboli, in cui alcuni nostri amici consegneranno la Regola di vita nelle mani dell’Arcivescovo, e iniziare così il cammino di catechesi insieme per questo anno.

Buona Settimana

 

Don Stefano