Carissimi diciottenni e giovani,

Ieri si è chiusa la Settimana di Pasqua con la Domenica tradizionalmente detta Domenica “in Albis depositis“. Per volere del Santo Giovanni Paolo II, che morì proprio dopo i primi Vespri della Festività, questa Domenica è intitolata anche alla Divina Misericordia. Questa Domenica conclude la settimana o, più propriamente, l’”Ottava” di Pasqua, che la liturgia considera come un unico giorno: “il giorno che ha fatto il Signore” (Sal 117,24). Non è un tempo cronologico, ma spirituale, che Dio ha aperto nel tessuto dei giorni quando ha risuscitato Cristo dai morti. Lo Spirito Creatore, infondendo la vita nuova ed eterna nel corpo sepolto di Gesù di Nazaret, ha portato a compimento l’opera della creazione dando origine ad una “primizia”: primizia di un’umanità nuova che al tempo stesso è primizia di un nuovo mondo e di una nuova era. Questo rinnovamento del mondo si può riassumere in una parola: la stessa che Gesù risorto pronunciò come saluto, e ben più come annuncio della sua vittoria ai discepoli: “Pace a voi!” La Pace è il dono che Cristo ha lasciato ai suoi amici come benedizione destinata a tutti gli uomini e a tutti i popoli. Non la pace secondo la mentalità del “mondo”, come equilibrio di forze, ma una realtà nuova, frutto dell’Amore di Dio, della sua Misericordia. E’ la pace che Gesù Cristo ha guadagnato a prezzo del suo Sangue e che comunica a quanti confidano in Lui. “Gesù, confido in te”: in queste parole si riassume la fede del cristiano, che è fede nell’onnipotenza dell’Amore misericordioso di Dio.

Affidiamoci a Maria, Madre di Gesù che è l’incarnazione della Divina Misericordia. Con il suo aiuto lasciamoci rinnovare dallo Spirito per cooperare all’opera di pace che Dio sta compiendo nel mondo e che non fa rumore, ma si attua nei gesti di carità di tutti i suoi figli.

Buona settimana

Don Danilo

La Quaresima si avvia al termine e la Pasqua è vicina, per questo la liturgia della Chiesa Cattolica invita a meditare sul brano della Resurrezione di Lazzaro. Il Vangelo secondo Giovanni è l’unico, fra la Sacra Scrittura, a riportare questo brano, come segno ed anticipazione della resurrezione di Gesù. La valenza simbolica del racconto è molto alta: l’evangelista, infatti, non solo imputa la condanna a morte di Gesù proprio a questo miracolo, ma incentra l’intera scena sulla figura di Cristo; Lazzaro non dirà nemmeno una parola. Seguiamo ora il racconto.

«Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato»La frequentazione fra la famiglia di Lazzaro e Gesù era stretta, la città di Betània – che significa, letteralmente, Casa dell’afflizione, oppure della povertà – sorge su un versante del monte degli Ulivi, circa a 3 km da Gerusalemme. È probabile che le occasioni di incontro con la famiglia di Lazzaro avvenissero proprio durante le soste di Gesù a Gerusalemme. E la loro relazione era particolarmente stretta: «3 Signore, ecco, colui che tu ami è malato. […] 5 Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro».

Come per il racconto del Cieco nato, anche questa malattia, la morte, è avvenuta per la glorificazione del Figlio di Dio. Vi è qui un particolare, che ad un primo sguardo potrebbe sconvolgere«Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava». Perché Gesù aspettò due giorni e non si recò subito dall’amico ammalato? Il valore simbolico di questa attesa è di una certa rilevanza: «solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione!) annuncia la sua volontà di recarsi in Giudea». (E. Bianchi)

Gesù si reca a Betània con i suoi discepoli – non senza “resistenze” del tutto umane«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» – e la prima ad accoglierlo è Marta. Letterariamente, il racconto è basato su di un fraintendimento: Marta, infatti, è convinta che il fratello risorgerà, ma nell’ultimo giorno, come profetizzato dal profeta Daniele (Dn 12,2). Secondo la tradizione giudaica, infatti, l’anima del defunto scende nello Sheol/regno dei morti, come un’ombra priva di vita, ma resusciterà nell’ultimo giorno. Gesù, invece, spiega il significato della resurrezione«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».

Marta andò a chiamare Maria, la quale rivolge le stesse parole a Gesù, ma in modo diverso: lei, infatti, sta piangendo. Ed il suo pianto per il fratello defunto deve essere stato così struggente, che anche gli astanti proruppero in lacrime. Qui bisogna sostare un attimo sulla commozione di Gesù, che lo presenta nella sua profonda umanità, nella sua essenza. La relazione autentica che ha con Lazzaro va al di là, riesce ad andare oltre anche alla morte – il limite intrinseco di tutti gli esseri viventi.

Non era sicuramente una relazione formale, come succede quasi esclusivamente oggi. La relazione autentica supera la forma e le forme, arriva alla sostanza, al cuore dell’uomo. Andare oltre la forma significa rispondere all’altro, essere responsabile con e per l’altro, per ogni altro, per ogni creatura. Salvaguardando l’infinito mistero iscritto nel cuore, nell’anima e nella libertà del creato.

Prima che Lazzaro esca dalla tomba, dalle catene della morte, Gesù prega – non perché avvenga il miracolo, si badi bene: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Gesù rende semplicemente grazie, ringrazia il Padre per il dono di profonda, misteriosa e sostanziale unità con Lui.

Carissimi 18/19enni e giovani,

è duro lo scontro, tra Gesù e i rappresentanti religiosi del suo tempo: è un discorso non agli atei ma per i credenti: “Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto”. Ma come si fa a credere con fede? Proprio perché non è un oggetto è fondamentale che ci si interroghi, perché anche noi, come i giudei del racconto, rischiamo di sbandierare appartenenze, ascendenze, e non essere liberi, ma schiavi. Sul cammino della fede, e sugli agguati alla fede lungo il cammino, ha molto da dire questa durissima controversia del vangelo tra Gesù e le rappresentanze ufficiali della religione. Sulle labbra di Gesù e dei suoi oppositori però si trovano le stesse parole: Dio, Abramo, verità, libertà, schiavitù, peccato, indemoniato, figlio. Centrale è la parola Padre, ripresa ben quattordici volte anche se con significati totalmente diversi in Gesù e nei suoi oppositori: questi ultimi, infatti, hanno collocato Dio nell’immagine di un Padre che ha in sospetto la libertà dei figli, sino al punto di togliergliela, un padre antagonista che non dà spazio ai figli, li reprime. Al contrario Gesù con la sua vita è venuto a raccontarci un Dio che non solo non reprime ma dilata, un Dio che non solo non chiude, ma dà orizzonti alla vita, un Dio pronto a sacrificare se stesso purché noi abbiamo vita. Se c’è verità, se c’è vita, se c’è libertà, se c’è passione, lì metti il nome di Dio, metti il nome di padre. Perché Dio è padre e i suoi figli li vuole intensi e liberi.

Don Stefano

Venerdì 2 marzo abbiamo risposto all’invito del nostro Arcivescovo sua ecc.za Mons. Mario Delpini di partecipare alla Via Crucis della zona II di Varese presso la parrocchia s.Stefano di Tradate! Nonostante il brutto tempo, ci siamo fatti coraggio e da Caronno Varesino abbiamo raggiunto la mèta! Nonostante fossimo in anticipo rispetto all’orario, la chiesa era gremita di persone: è bello ammirare che il popolo si raduna intorno al suo Vescovo! Alle 21:00 puntuali la Via Crucis ha inizio! Varie meditazioni si succedono alle 4 stazioni e tutte, attraverso anche i canti e le intenzioni di preghiera, ci hanno permesso di vivere con intensa profondità il mistero della Croce di Gesù! Anche l’omelia di Delpini ci ha suggerito in che modo affrontare le sfide di oggi: come ha fatto Maria e il suo discepolo amato. Delpini ci ha spiegato che le prove non vanno affrontate con atteggiamento di fatalità, ma come occasione per trovare in noi la forza per affrontarle, sapendo di poter contare sul conforto di colui che ha vinto la morte. Prima della benedizione, ci ha “ordinato” un penitenza: dare 1,00€ ai ragazzi del 2002 e invitarli ad andare ad accendere una candela in chiesa all’altare della Madonna e pregare perché li aiuti nel suo percorso di fede. Questa preoccupazione che ci ha confidato ci dà la misura di quanto il nostro Pastore sia consapevole delle difficoltà che vivono le nostre comunità.

 

Al termine, oltre a salutare i nostri amici diaconi, seminaristi, sacerdoti, abbiamo avuto l’occasione di salutare l’Arcivescovo e anche Mons.Agnesi, don Giuseppe e don Stefano Negri, dirottando il pullman che lo avrebbe da lì a poco riportato a Induno dove vive il suo Ministero! 😉

 

Grazie Gesù per questa bella occasione di fraternità.