Carissimi Diciottenni e Giovani,

“Gesù annunciava il Regno ed è venuta la Chiesa”. Questa espressione di Alfred Loisy, biblista e storico francese, scritta all’inizio del secolo scorso, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, insinuando una contrapposizione tra la volontà di Gesù e la nascita della Chiesa. Gesù non avrebbe instaurato la Chiesa; avrebbe proposto a tutti gli uomini la realtà interiore e morale del Regno di Dio. Possiamo ritrovare il modo di pensare di Loisy nei confronti della Chiesa in quest’altra affermazione piuttosto frequente ai giorni nostri: “Gesù sì; Chiesa no”. È facile imbattersi in persone che dichiarano: “A me Gesù interessa, io leggo il Vangelo, ma la Chiesa non mi interessa. Sono cattolico, ma non frequento”! Sarebbe facile rispondere a chi vuole staccare la fede in Gesù Cristo dalla Chiesa che se non ci fosse la Chiesa, forse non sapremmo neanche che Gesù è esistito.  Se poi ci addentriamo ad analizzare che cosa le persone intendono per Chiesa, scopriamo che sono tanti i modi di vederla e di giudicarla. Per qualcuno Chiesa richiama alla mente Papa, Vescovi, Preti, cioè identifica la Chiesa con l’apparato. Per altri la Chiesa equivale a istituzione, una realtà burocratica, equiparata a qualsiasi altra società umana. Quanto alla sua presenza nella storia c’è chi la guarda con simpatia e ammirazione per i valori che custodisce, per l’attività sociale e caritativa che svolge. Non manca chi invece vede la Chiesa come freno alla storia. Anche l’atteggiamento della gente verso la Chiesa è quanto mai variegato e va dal rifiuto alla contestazione, all’indifferenza, alla stima per la sua attività sociale, alla partecipazione consapevole e corresponsabile alla sua vita.

Mi viene oggi da chiedere a voi giovani: “Noi da quale punto di vista ci poniamo?”

I diversi punti di vista sulla Chiesa vanno presi sul serio e devono costituire uno stimolo a scoprirne il significato. Qualsiasi sia la modalità in cui esprimiamo la nostra appartenenza, non possiamo parlare della Chiesa come di una cosa, di una realtà che ci è estranea. La presenza di Cristo nella storia perdura visibilmente come forma incontrabile nella Chiesa. Per i suoi discepoli di tutti i tempi, Gesù non è qualcuno da ricordare, ma qualcuno da testimoniare ancora presente e operante. La Chiesa infatti è il “corpo di Cristo”. E noi come credenti dobbiamo chiedere la grazia a Dio di “avere un cuore solo e un’anima sola” come abbiamo ascoltato ieri nella Lettura tratta dagli Atti degli Apostoli.

Buona Settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Nel Vangelo ascoltato ieri siamo stati posti di fronte a questa verità su Gesù: “Io sono la luce del mondo”. Gesù spiega questa sua prerogativa così: “So da dove sono venuto e dove vado”. Gesù sa di venire dall’amore del Padre e di andare verso l’amore del Padre. Questa consapevolezza riempie di luce, di senso, di valore la sua vita. Gesù sa che vive per amore e per amare.

Purtroppo tante persone sono lontanissime dal sapere che loro vengono dall’amore di Dio Creatore e sono in cammino verso l’amore di questo Dio Creatore, compreso sempre più come Padre.

Tante persone vivono persuase di venire dal nulla e di andare a finire nel nulla e quindi vivono nelle tenebre, perché ignorano che l’amore è il senso della loro esistenza e quindi vivono, compiendo scelte prive di senso, perché vivono dominati dall’egoismo.

Tante altre persone, invece, sono persuase di venire da Dio e di andare a Dio, ma si sono lasciate convincere dal demonio che Dio non è amore paterno, ma è potere tirannico: anche costoro vivono nelle tenebre, non sono capaci di dare un senso positivo alla loro vita, la riempiono, infatti, di paura e di ribellione.

Gesù perciò è venuto dall’amore del Padre per portare la sua luce al mondo, che giace nelle tenebre: “Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. Il discepolo, che si mette alla scuola di Gesù, prima di tutto apprende da Gesù chi è veramente il Dio che lo ha chiamato alla vita. La stessa luce che riempie di senso la vita di Gesù, riempirà sempre più di senso la vita del discepolo di Gesù.

Seguendo Gesù, a nostra volta, ci sentiamo rivelare da Lui che il Padre suo è anche Padre nostro e che Lui ci ama come Lui è amato dal Padre, cioè che Lui condivide con noi l’amore che Lui riceve dal Padre.

Abbiamo accolto questa luce nella nostra vita? Viviamo, riconducendo tutto a questo amore del Padre? Se lo faremo, non saremo mai vinti dalle tenebre!

 

Buona Settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

E’ iniziata la settimana santa, centro dell’anno liturgico. Perché è importante a tal punto da essere il cuore della nostra fede? Tanto che, senza, il cristianesimo non sarebbe più se stesso e noi saremmo le persone più infelici?

Senza il mistero pasquale, il cristianesimo diventerebbe una “religione civile”, cioè ma una ideologia, magari buona, ma non più fede. Ha visto bene una ragazza, convertita dall’ateismo marxista all’inizio del secolo scorso, Madeleine Delbrel, quando vedeva il pericolo di mettere il Vangelo di Gesù “alla pari con la moda del giorno, come se Dio non fosse alla moda di tutti i giorni, come se Dio si potesse ritoccare!” E poi precisava che la forma di questo pericolo era quella di “naturalizzare il Vangelo”, cioè di togliere al Vangelo la dimensione soprannaturale, e ridurlo solo a buon senso umano, ad un galateo di buone maniere, codice di virtù civili per vivere senza dilaniarsi a vicenda. In sostanza, vedeva il rischio di Dio senza Cristo e di un cristianesimo senza Cristo, senza la verità di Cristo.

Non è forse questa, almeno in parte, la situazione attuale? Prendere il Vangelo senza esserne presi, dirci cristiani ma selezionando la fede, con la scusa di aggiornarla, di renderla più adatta ai modi di pensare, più conforme ai costumi del mondo d’oggi? Anche noi – come il popolo osannante di Gerusalemme – possiamo accogliere Gesù ma rifiutare la verità di Gesù? La sua persona fatta d’amore ci conforta, ma la sua verità esigente ci disturba. Accade così che si tende a dimenticare, a tacere la divinità di Cristo, la sua opera di redenzione, la sua umile regalità, per meglio tacere le esigenze alte del suo amore, e così lasciare il posto ad alcune esortazioni che la mentalità del mondo applaude. Questo significa “naturalizzare” il Vangelo, svuotare il mistero di Cristo salvatore, che ricrea l’uomo dalle macerie del peccato.

Carissimi Amici questa Settimana è il tempo migliore per meditare sulla nostra fede. Davanti agli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, è più facile riprendere in mano la fede ed esporla alla luce della Pasqua. In questi giorni il Signore Gesù ci permette di vivere con i piedi ancorati sulla terra, ma con lo sguardo fisso sulla sua Croce.

Buona Settimana santa

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Ieri abbiamo rivissuto l’incontro tra il Signore Gesù ed un uomo cieco dalla nascita.

Vedendolo, Gesù fece del fango con la saliva, spalmò il fango sui suoi occhi e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe (che significa «Inviato»). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Il cieco nato rappresenta l’uomo segnato dal peccato, che desidera conoscere la verità su se stesso e sul proprio destino, ma ne è impedito da un male congenito. Solo Gesù può sanarlo: Egli è “la luce del mondo” (Gv 9,5). Affidandosi a Lui, ogni persona spiritualmente cieco dalla nascita ha la possibilità di “venire alla luce” nuovamente, cioè di nascere alla vita soprannaturale.

Accanto alla guarigione del cieco però, il Vangelo dà grande risalto all’incredulità dei farisei, che rifiutano di riconoscere il miracolo, dal momento che Gesù lo ha compiuto di sabato, violando, a loro giudizio, la legge mosaica. Emerge così un eloquente paradosso, che Cristo stesso riassume con queste parole: “Io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi” (Gv 9,39).

Per chi incontra Gesù, non ci sono vie di mezzo: o si riconosce bisognoso di Lui e della sua luce, oppure sceglie di farne a meno. In quest’ultimo caso, una stessa presunzione impedisce sia a chi si reputa giusto davanti a Dio sia a chi si considera ateo di aprirsi alla conversione autentica.

Chiediamo a metà di questo cammino quaresimale che nessuno chiuda il proprio animo a Cristo! Egli dona a chi lo accoglie la luce della fede, luce in grado di trasformare i cuori e, di conseguenza, le mentalità, le situazioni sociali, politiche, economiche dominate dal peccato.

Con il cieco nato, ciascuno di noi sia pronto a professare umilmente la propria adesione a Lui ripetendo le stesse parole di quest’uomo: “Credo, Signore!”

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Ieri abbiamo ascoltato il Signore Gesù parlare con la donna samaritana. Da questo incontro “casuale” nascono parole “vere”, gesti e scelte che tessono relazione, superando  blocchi e paure della donna.

Un dialogo caratterizzato da sette domande e sette risposte in cui Gesù continua ad innalzare il livello del discorso. Gesù non risponde mai a tono alla donna, sollecitandola così ad andare oltre le sue stesse domande. Egli porta la Samaritana ad interrogarsi, ad entrare nel cuore di ciò che vive e che per lei è un problema, a chiamare per nome le sue delusioni, le sue amarezze, i desideri della sua esistenza.

Il dialogo si innalza sempre più e, giunto quasi all’apice, la Samaritana pare volersi sottrarre, rimandando a quel Messia che “dovrebbe venire”, la spiegazione autentica della verità, quasi a dire: finiamo questo discorso e se un giorno questo Messia verrà, vedremo.
Inattesa la risposta di Gesù: «Sono io, che parlo con te». Non è più tempo di rimandare decisioni, smetti di scappare, questo è il tempo della verità! Colui che le parla qui ed ora, è Colui a cui non può sfuggire, perché conosce realmente il suo cuore e la spinge ad andare oltre le reticenze e le resistenze.

Che cosa dice a noi questo testo evangelico?

La Samaritana rappresenta ciascuno di noi: riviviamo i suoi stessi atteggiamenti quando ci rassegniamo ad una vita quotidiana spenta e sempre identica a se stessa; quando ci accontentiamo della nostra fatica di attingere acqua del pozzo per una giornata e basta; quando ci sentiamo infastiditi da richieste che ci scomodano… Proprio in questo momento il Signore ci viene incontro; ci porta oltre la nostra quotidianità e la nostra banalità e ci fa capire che l’altro non è un intruso, anzi rappresenta un invito ad andare oltre noi stessi, a trovare il meglio di noi.

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

In questi giorni ho riletto una bellissima lettera indirizzata ai giovani dal cardinale Martini nel giugno del 1990. La sento molto vera anche per il nostro cammino. Buona lettura!

Caro amico, cara amica,

Non stupirti per questa mia lettera indirizzata proprio a te. Ho deciso di scriverti perché – almeno finora – m’è stato impossibile incontrarti: dove andavo io, tu non c’eri e dove andavi tu… io non c’ero!

Tuttavia le nostre strade si sono spesso incrociate: molte sere, tornando dalle parrocchie, dagli oratori, ti ho intravisto fuori da qualche discoteca, all’interno di qualche birreria, o paninoteca, oppure a piedi per le vie del centro, in piazza Duomo… Avrei voluto fermarmi, incontrarti, ma poi mi sono domandato: come presentarmi? E poi, che cosa penserà questo giovane, questa ragazza? A chi mi paragonerà: ai genitori un po’ seccati per i suoi ritardi, a qualche intruso un po’ invadente, all’intervento improvviso di qualche agente della forza pubblica? E io sarei capace di ascoltare, di dialogare con lei, con lui…?

Ho deciso, allora, di scriverti. Io tenterò di essere breve e tu cerca di arrivare fino in fondo. Non ti tenderò tranelli, eviterò prediche e rimproveri: vorrei solamente parlarti e dirti che sono pronto, se lo desideri, a dialogare con te; vorrei cercare di capire meglio te e i tuoi amici.

Agli adulti capita talvolta di rimproverare prima di capire il motivo di un certo comportamento, di squalificare senza dare possibilità di appello. Non vorrei comportarmi così: tenterei invece di ascoltarti e poi di risponderti, come m’è già capitato di fare con altri tuoi coetanei. Alcuni di loro, pur lontani dalla Chiesa, mi hanno scritto per spiegarmi il motivo del loro allontanamento. Altri mi hanno fatto sapere per mezzo di amici le loro ragioni. Ecco alcune delle cose che dicono (naturalmente i nomi sono fittizi, ma conservo fedelmente la sostanza dei loro discorsi).

“Fin da piccolo ho ricevuto una buona educazione religiosa dalla mia famiglia. Ma le domande che mi ponevo erano tante, e tanta era la confusione che mi creavano in testa. Così, mentre prima ero per così dire obbligato ad andare in chiesa, arrivato a una certa età, smisi di frequentarla”. Roberto

“Mi sono allontanato dalla Chiesa perché i miei genitori mi hanno mandato al catechismo per la Comunione e la Cresima, ma vedevo che a loro non interessava quanto mi insegnavano; a un certo punto non mi hanno più obbligato e io non ci sono più andato”. Marco
“Personalmente credo molto alle cose pratiche, ai problemi concreti, quotidiani, ai fatti… non alle teorie, ai bei pensieri, alle tante parole, come si ascolta in chiesa. Ci vogliono i fatti per migliorare il mondo, non le chiacchiere”.

Laura
“A un ragazzo d’oggi non gli interessa la chiesa. Preferisce distrarsi; divertirsi, evadere, giocare, innamorarsi, rischiare, magari anche scommettere la vita correndo in moto. Se vai in chiesa tutto questo ti viene proibito”.

Donata
“Io non sono molto disposto a lasciarmi istruire dai preti… Alcuni vogliono convertirti a tutti i costi: ho deciso di non farmi ammaestrare da nessuno. Non voglio essere né manovrato, né inquadrato. A vivere imparo da solo. Se sbaglio, pagherò”.

Cristian
“A me piace moltissimo ballare, stimarmi, essere ammirata, innamorarmi almeno il sabato sera e la domenica. Questo però non va d’accordo con la religione. Non accetto che la Chiesa mi dica che cosa devo fare o non fare con il mio ragazzo”.

Monica
“Fino alla terza media sono andato in chiesa e frequentavo l’oratorio. Ma poi ho visto che era una cerchia di persone che ti giudicavano, che stavano bene tra loro, che non accettavano persone nuove, che pensavano di essere i più bravi di tutti. E ho lasciato perdere”.

Stefano
“Il mio andare in chiesa era un’abitudine più che un bisogno, era una tradizione e non un gesto fatto per amore”.

Debora
“Io non credo più in niente. Qualche volta penso che ha ragione mio padre quando dice che anche la Chiesa è una bottega, un partito politico, un’invenzione per tenere buona la gente. Non credo neanche nell’Aldilà, o meglio, ci credevo quand’ero bambina… ma poi sono cresciuta, ho conosciuto la realtà, il dolore, la morte, l’ingiustizia, il male e mi sono domandata: ma in mezzo a tutto questo caos Dio che cosa fa? Esiste? E, se esiste, perché permette tutto questo dolore? Mah…”              Sara

A che cosa stai pensando? Forse anche tu sottoscriveresti qualcuna di queste frasi? O i tuoi motivi per non andare in chiesa sono molto diversi? Io, personalmente, mi sento «spiazzato»: sotto queste espressioni scorre la vita, la gioia, il dolore, la sofferenza, la noia mortale di chi mi ha scritto. Oserei dire di più: riesco a intravedere anche alcune verità, e anche alcuni errori che noi «uomini di Chiesa» abbiamo commesso.

Trovo pure in queste frasi la convinzione che nessuna persona umana, uomo o donna, si rassegna a vivere una vita insignificante. Nessuno vorrebbe sentirsi un essere inutile, in balia degli altri o del caso. Nessuno può diventare «padrone» dell’uomo. Sento la tua voglia di cambiare il mondo delle ingiustizie, delle inutili sofferenze, delle stragi, delle disparità, delle false ipocrisie, dello sfruttamento. E quando tutte queste mete diventano irraggiungibili… posso immaginare (anche se non lo capisco) che vi sia chi è tentato di scivolare verso paradisi artificiali con tutte le conseguenze. Questi sì che li ho incontrati : nelle comunità terapeutiche, nelle carceri, malati di Aids. In questi giovani «disperati» e in molti altri tuoi coetanei vedo che esiste il sogno dell’amore, la voglia di fare qualche cosa di bene; in ognuno è ardente il desiderio di amicizia, la speranza di rendere la vita più bella e piacevole, la tensione alla solidarietà verso gli altri e in modo particolare verso i più emarginati. Sento che hanno e vogliono avere una propria coscienza, che in tutti si celano aspirazioni profonde, interrogativi intelligenti sul senso della vita. Il cuore umano – il tuo, il mio, di tutti – è più ricco di quanto possa apparire; è più sensibile di quanto si possa immaginare; è generatore di energie insperate; è miniera di potenzialità spesso poco conosciute o soffocate dalla poca stima di se stessi, dalla frustrante convinzione che «tanto è impossibile cambiare qualcosa… tanto io non ce la faccio!» A questo punto, allora, vorrei valutare con te alcune proposte.

La prima è: prova a interrogarti sulle verità che stanno nel più profondo di te. Non esitare a porti domande fondamentali, che potrebbero anche lasciarti senza risposta: non avere fretta di trovare soluzioni. Ascoltati nel profondo. E’ un tuo diritto interrogarti per conoscerti nelle tue luci e nelle tue ombre, per sapere da dove vieni, dove stai andando, che senso ha la tua vita, la vita delle persone che ti stanno a cuore, il senso del mondo. Non rifiutarti di pensare, ragionare, riflettere: temi piuttosto chi volesse soffocare questa tua capacità. Se anche le risposte non le troverai subito, ti suggerirei di non angosciarti o tormentarti: è già importante tener viva la domanda! Fatti aiutare da qualcuno in cui hai fiducia. I preti che hai conosciuto ti vogliono ancora bene e sono disposti a darti una mano. Nel silenzio di qualche momento cruciale sentiti voluto bene da Dio e, se riesci, parlagli: «Mio Dio, come è difficile orientarsi nella vita: dammi una mano!»

La seconda proposta ti sembrerà un po’ audace, ma te la faccio ugualmente: cerca di conoscere Gesù. Domandati che cosa pensi di lui, della sua vita, della sua morte in croce. Ti invito a leggere la sua vita, scritta nel Vangelo. Non aver paura di Gesù: quando lo conoscerai lo sentirai vicino, amico, vivo, più concreto della persona che ti sta accanto.

Ho un po’ di timore a farti questa terza proposta, però ci tento ugualmente: troppo spesso si sente la critica che l’oratorio, la chiesa è un ambiente chiuso (come diceva Stefano); ebbene, prova a «cambiare tu le carte in tavola». In altre parole: invita i tuoi amici a casa tua, invita anche qualcuno dell’oratorio, il prete… e con loro parla, discuti, fa’ sentire la tua voce, le tue esigenze, i tuoi problemi, i motivi che ti hanno allontanato da Dio e dalla Chiesa. Domanda loro e domandati con loro: che senso ha la nostra vita? A chi serve? Che cosa faccio per gli altri? Sono capace di amare o, forse, mi illudo di saperlo fare? Il mio ragazzo, la mia ragazza esaurisce l’orizzonte delle mie speranze o c’è qualcosa d’altro? Sto con lui o con lei per piacere o per amore, perché voglio davvero il suo bene?

L’ultima proposta è, in parte, suggerita da Laura. La sproporzione che lei enunciava tra il dire e il fare mi consente di invitarti a fare qualcosa di concreto per gli altri. La commozione che provi nel vedere chi muore di fame, i senzatetto, i terzomondiali in cerca di pane, casa e lavoro, i portatori di handicap, i carcerati, gli ammalati di Aids… tenta di tradurla, magari con l’aiuto di qualche amico, nell’impegno concreto, nel volontariato.

Forse ti capiterà spesso, nei momenti di solitudine, di domandarti chi ti è amico, quanti amici hai. Magari rimani male nel constatare tante defezioni, freddezze, tradimenti. Io t’invito a sconvolgere questo ordine di idee: invece di chiederti quanti amici hai, domandati piuttosto di quante persone sei amico, amica. E quando farai l’esperienza di far sbocciare un sorriso, accendere una speranza nella vita degli altri, t’accorgerai che anche nella tua vita ci sarà più luce, più senso, più gioia. Prendi queste proposte come un invito. Magari discutine con i tuoi amici. Ti ho scritto con la fiducia che mi avresti letto fino alla conclusione e, a quanto pare, stai ancora leggendo. Ebbene, concludendo, permettimi di esprimere un ultimo desiderio: vorrei che il rapporto iniziato con questa lettera avesse una continuazione. Scrivimi pure, so che posso imparare anche da te. Per ora ti lascio, assicurandoti che prego fin da ora per te, perché mi stai a cuore e perché ti voglio bene.

 

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

La pagina del Vangelo di San Luca, ascoltata ieri,  narra la guarigione dei dieci lebbrosi: questo fatto straordinario è un gesto simbolico, una sorta di profezia che anticipa e rivela la verità della salvezza. Per comprendere dobbiamo porre molta attenzione ad alcuni particolari del racconto.

Fra i dieci lebbrosi uno era un Samaritano. Dai giudei, come erano gli altri nove, i samaritani erano considerati estranei alle promesse dell’Alleanza, come i pagani.

Un secondo particolare. Tutti e dieci sono guariti, ma Gesù dice che solo il Samaritano è salvato: dieci i guariti, uno solo salvato.

Un terzo particolare. Il Vangelo dice che il Samaritano “tornò indietro lodando Dio”. Questa espressione indica il riconoscimento di un intervento salvifico di Dio. Il Samaritano dunque riconosce che in Gesù è Dio stesso che agisce: è un vero credente.

Dobbiamo anche tenere presente per capire bene questa pagina evangelica, quanto Luca narra all’inizio del suo Vangelo. I concittadini di Gesù esigono da Gesù gesti miracolosi come un loro diritto. Gesù risponde che questo non è il modo di comportarsi di Dio. Ad esempio Naaman, guarito dal profeta Eliseo, era un siro; la vedova nutrita miracolosamente, non era ebrea.

Tenendo dunque conto di tutto questo, che cosa ci insegna questa pagina evangelica? Nessuno può pretendere nulla di fronte a Dio. Anzi chi si ritiene in possesso come di una sorta di diritto, resta alla fine escluso. Lo straniero, l’escluso, l’emarginato dalla comunità riceve i doni di Dio.

Questa pagina evangelica è la rivelazione della misericordia di Dio che non esclude dal suo abbraccio se non colui che vuole essere escluso.

 

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Ieri la Chiesa italiana ha celebrato la 41^ Giornata nazionale per la vita. Di seguito trovate un estratto del messaggio redatto dai Vescovi italiani per questa occasione.

È VITA, È FUTURO

«Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,19). L’annuncio di Isaia al popolo testimonia una speranza affidabile nel domani di ogni donna e ogni uomo, che ha radici di certezza nel presente, in quello che possiamo riconoscere dell’opera sorgiva di Dio, in ciascun essere umano e in ciascuna famiglia. È vita, è futuro nella famiglia! L’esistenza è il dono più prezioso fatto all’uomo, attraverso il quale siamo chiamati a partecipare al soffio vitale di Dio nel figlio suo Gesù. Questa è l’eredità, il germoglio, che possiamo lasciare alle nuove generazioni: «facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera» (1Tim 6, 18-19).

Gli anziani, che arricchiscono questo nostro Paese, sono la memoria del popolo. Dalla singola cellula all’intera composizione fisica del corpo, dai pensieri, dalle emozioni e dalle relazioni alla vita spirituale, non vi è dimensione dell’esistenza che non si trasformi nel tempo, “ringiovanendosi” anche nella maturità e nell’anzianità, quando non si spegne l’entusiasmo di essere in questo mondo. Accogliere, servire, promuovere la vita umana e custodire la sua dimora che è la terra significa scegliere di rinnovarsi e rinnovare, di lavorare per il bene comune guardando in avanti. Proprio lo sguardo saggio e ricco di esperienza degli anziani consentirà di rialzarsi dai terremoti – geologici e dell’anima – che il nostro Paese attraversa….

Per aprire il futuro siamo chiamati all’accoglienza della vita prima e dopo la nascita, in ogni condizione e circostanza in cui essa è debole, minacciata e bisognosa dell’essenziale. Nello stesso tempo ci è chiesta la cura di chi soffre per la malattia, per la violenza subita o per l’emarginazione, con il rispetto dovuto a ogni essere umano quando si presenta fragile. Non vanno poi dimenticati i rischi causati dall’indifferenza, dagli attentati all’integrità e alla salute della “casa comune”, che è il nostro pianeta. La vera ecologia è sempre integrale e custodisce la vita sin dai primi istanti.

La vita fragile si genera in un abbraccio: «La difesa dell’innocente che non è nato deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo». Alla «piaga dell’aborto» – che «non è un male minore, è un crimine» – si aggiunge il dolore per le donne, gli uomini e i bambini la cui vita, bisognosa di trovare rifugio in una terra sicura, incontra tentativi crescenti di «respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze».

Incoraggiamo quindi la comunità cristiana e la società civile ad accogliere, custodire e promuovere la vita umana dal concepimento al suo naturale termine. Il futuro inizia oggi: è un investimento nel presente, con la certezza che «la vita è sempre un bene» , per noi e per i nostri figli. Per tutti. E’ un bene desiderabile e conseguibile.

 

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Ci sono momenti della nostra vita che consideriamo speciali, forse proprio per questo sentiamo il desiderio di fotografarli o filmarli,  desideriamo in un certo senso raccogliere quei gesti, persone, parole e luoghi che ci dicono molto di più di quello che mostrano, perché parlano al cuore. Forse questa esperienza ci può mettere sulla strada per leggere e comprendere un po’ di più il racconto delle nozze di Cana che abbiamo ascoltato ieri nella celebrazione dell’Eucaristia.

Tra i “momenti speciali” della vita, vissuto e espresso in modalità diverse a secondo delle appartenenze culturali e religiose, c’è la festa delle nozze. Passaggio simbolico e centrale della vita, che raccoglie tutto il passato e racchiude tutto il futuro; passo importante, dove la gioia della vita illuminata dall’amore vince i timori e le incognite del futuro. Gesù apparteneva a una cultura e religione che valorizzava molto il matrimonio: era segno della benedizione di Dio sul mondo, cammino attraverso il quale il miracolo divino della creazione continua a ripetersi nel mondo. La festa del matrimonio, che durava più giorni per permettere di gustare in pienezza il suo significato e la sua promessa, era anche esperienza di fede, perché ogni matrimonio attualizzava l’alleanza di Dio con l’umanità e rinnovava l’attesa del Messia. Sappiamo quasi a memoria come finisce la storia: è così straordinario il gesto di Gesù che trasforma l’acqua in vino che è diventato proverbiale.

Non è difficile comprendere che Gesù ha permesso che la festa di nozze non finisse tristemente. Se le nozze racchiudono il prima e il dopo della vita e se il vino è simbolo della festa e della gioia, possiamo anche concludere che Gesù è venuto affinché non mancasse mai il vino delle nozze, non mancasse mai la gioia della vita, cioè la fiducia che la vita, pur con suoi limiti umani, è un dono gratuito, fatto per amore. Cerchiamo ogni giorno di vivere ricordandoci che la nostra esistenza è innanzitutto un dono!

 

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Ieri abbiamo celebrato la festa del battesimo del Signore che conclude il tempo del Santo Natale e ci introduce alla vita pubblica di Gesù. È importante entrare nelle ragioni per cui Cristo ha voluto iniziare il suo ministero in Israele proprio con questo misterioso gesto di penitenza.

Giovanni Battista, attraverso il battesimo da lui impartito, invitava il popolo a prepararsi, attraverso la purificazione del cuore, alla venuta del Messia. Mai avrebbe pensato che il Messia in persona si sarebbe un giorno presentato da lui chiedendo anche per sé la purificazione dell’acqua. Giovanni, come ogni buon israelita, attendeva l’arrivo del Messia che immaginava dovesse avvenire con potenza e splendore. Egli avrebbe fatto giustizia, abbattendo i nemici e liberando con il suo potere regale tutti coloro che si erano mantenuti fedeli all’alleanza che Dio aveva stipulato con il suo popolo.

Inizia così, con il battesimo di Gesù, la rivelazione del disegno di Dio: Egli, che si è fatto uomo per noi, prende su di sé la condizione di debolezza e di peccato dell’umanità.

Mettiamoci allora alla scuola di Gesù, seguiamolo nelle sue peregrinazioni così come la liturgia le proporrà alla nostra attenzione nelle prossime domeniche. Anche per noi è iniziata la vita pubblica, che è la vita quotidiana a scuola, al lavoro, in famiglia. Chiediamo a Gesù di accompagnare il nostro cammino perché dentro tutte le esperienze di vita possiamo scoprire il volto del Padre e la forza del suo Spirito.

Buona settimana

Don Danilo