Carissimi Diciottenni e Giovani,

scusate per il ritardo ma finalmente è tornato a casa mio papà dall’ospedale e cerco anch’io di riprendere i ritmi e la normalità.

Domenica scorsa abbiamo celebrato la Quinta e ultima Domenica di Quaresima: quando si dice che Gesù è la vita, è una grazia incalcolabile che lo si possa respirare ad ogni riga del racconto del vangelo di Giovanni della Risurrezione di Lazzaro. La sua umanità è come se fuoriuscisse da ogni piega della narrazione: Lazzaro, che esce dal sepolcro, è come il frutto maturo di questa sua pienezza di vita: “Se credi che io sono la risurrezione e la vita, tu vedrai la gloria di Dio”. Dice S. Ireneo che la “Gloria di Dio è l’essere umano pienamente vivo”, è Lazzaro che esce dal sepolcro. Nel racconto abbiamo avuto modo d’incrociare la vita quasi apparissero, una dopo l’altra, tutte le sue sfumature, le dimensioni del nostro vivere quotidiano convocate tutte nella figura di Gesù: a lui, come a noi, gli appartiene tutta la vita. Possiamo essere raggiunti dalla notizia di una malattia, possiamo trovarci in una situazione di pericolo; può capitarci di arrivare in ritardo e di raccogliere il lamento di chi ci aveva implorato; possiamo vedere visi che noi amiamo sconvolti dal pianto; può succederci che neppure noi riusciamo a resistere al pianto e al singhiozzo; e può succederci che neppure riusciamo a resistere a un fremito di protesta davanti all’arroganza della morte che ci strappa un amico. Abbiamo ancora una riserva: possiamo pregare Dio, nostro padre, lo chiamiamo in causa; dobbiamo credere che a mandarci è stato lui, dev’essere manifesto che ci ha mandato non per la morte ma per la vita. Ci sono momenti in cui le parole diventano grido, prima un pianto sommesso, ma poi il grido, “a gran voce”: “Lazzaro, vieni fuori”. Quando si dice che Gesù è Vita si dice e si racconta anche questo tumulto di sentimenti, di pensieri, di ritardi, di paure, di attese, d’indignazione, di forza prorompente e di passione che abitavano il suo cuore. Forse potremmo chiederci che cosa stesse all’origine di una simile passione che pulsa da ogni dove nel racconto. All’origine del tutto ci può essere la concretezza dell’amore, il nostro brano potrebbe essere letto come la rivelazione dell’amore, del modo di amare di Gesù, un amore che gli prendeva tutto, anima e corpo, un amore totalitario e passionale. E l’amore di Gesù per Lazzaro, per le sue amiche, è a caro prezzo; capi dei farisei, sacerdoti e Sinedrio giungono alla decisione estrema: va fermato una volta per sempre. Nel racconto c’è questo intreccio di amore e di odio: la tenerezza, quella di Gesù, di Marta e di Maria, ma anche la durezza e la spietatezza dei suoi oppositori. Un intreccio che turba quello che abita la vita e che anche oggi ci fa porre domande sulla vita: “Finché sono vivo, finché è giorno io cammino, io mi lascio condurre dalla luce”. Quasi dicesse: “Finché mi rimane vita, a spingere i miei passi sarà il bagliore dell’amore, le mie scelte saranno dettate da un amore senza condizioni”. “Forte come la morte è l’amore” scrive il Cantico dei cantici; ritornando al grido di Gesù alla tomba potremmo però anche dire che: “Più forte della morte è l’amore”. Questo segno di Gesù non cancella tutte le nostre domande perché nascono dalla morte che sembra alla fin fine vincente nella vita, onnipotente nel suo disegno e a cui anche Lazzaro un giorno ne conoscerà definitivamente l’ombra. A noi tocca sostare a questa fessura aperta dal racconto e invocare per noi, pur nell’ombra delle nostre mille domande, la fede di Marta. Fede, lo sappiamo, non significa sapere o adagiarci in definizioni, ma fede vuol dire affidarci a Gesù, alla luce di un amore senza cautele che lo spinge. A ciascuno di noi viene questa parola promettente di Gesù detta a Marta quel giorno, poco lontano da una tomba: “Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio?”. Quel giorno Marta aprì gli occhi, capi che “gloria di Dio” non è un essere umano nella morte ma è un essere umano nella pienezza della vita: “Io sono la risurrezione e la vita”.

In occasione della visita al Regno del Marocco, Sua Santità Papa Francesco e Sua Maestà il Re Mohammed VI, riconoscendo l’unicità e la sacralità di Gerusalemme e avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua peculiare vocazione di Città della Pace, condividono il seguente appello: «Noi riteniamo importante preservare la Città santa di Gerusalemme come patrimonio comune dell’umanità e soprattutto per i fedeli delle tre religioni monoteiste, come luogo di incontro e simbolo di coesistenza pacifica, in cui si coltivano il rispetto reciproco e il dialogo. A tale scopo devono essere conservati e promossi il carattere specifico multi-religioso, la dimensione spirituale e la peculiare identità culturale di Gerusalemme. Auspichiamo, di conseguenza, che nella Città santa siano garantiti la piena libertà di accesso ai fedeli delle tre religioni monoteiste e il diritto di ciascuna di esercitarvi il proprio culto, così che a Gerusalemme si elevi, da parte dei loro fedeli, la preghiera a Dio, Creatore di tutti, per un futuro di pace e di fraternità sulla terra».

Vi ricordo solo che la partenza per la Veglia in Traditio Symboli è domani alle 18:15 domani da p.zza Falcone e Borsellino a Carnago.

Buona giornata e buona settimana Autentica e Santa

 

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