Carissimi Diciottenni e Giovani,

In questi giorni ho riletto una bellissima lettera indirizzata ai giovani dal cardinale Martini nel giugno del 1990. La sento molto vera anche per il nostro cammino. Buona lettura!

Caro amico, cara amica,

Non stupirti per questa mia lettera indirizzata proprio a te. Ho deciso di scriverti perché – almeno finora – m’è stato impossibile incontrarti: dove andavo io, tu non c’eri e dove andavi tu… io non c’ero!

Tuttavia le nostre strade si sono spesso incrociate: molte sere, tornando dalle parrocchie, dagli oratori, ti ho intravisto fuori da qualche discoteca, all’interno di qualche birreria, o paninoteca, oppure a piedi per le vie del centro, in piazza Duomo… Avrei voluto fermarmi, incontrarti, ma poi mi sono domandato: come presentarmi? E poi, che cosa penserà questo giovane, questa ragazza? A chi mi paragonerà: ai genitori un po’ seccati per i suoi ritardi, a qualche intruso un po’ invadente, all’intervento improvviso di qualche agente della forza pubblica? E io sarei capace di ascoltare, di dialogare con lei, con lui…?

Ho deciso, allora, di scriverti. Io tenterò di essere breve e tu cerca di arrivare fino in fondo. Non ti tenderò tranelli, eviterò prediche e rimproveri: vorrei solamente parlarti e dirti che sono pronto, se lo desideri, a dialogare con te; vorrei cercare di capire meglio te e i tuoi amici.

Agli adulti capita talvolta di rimproverare prima di capire il motivo di un certo comportamento, di squalificare senza dare possibilità di appello. Non vorrei comportarmi così: tenterei invece di ascoltarti e poi di risponderti, come m’è già capitato di fare con altri tuoi coetanei. Alcuni di loro, pur lontani dalla Chiesa, mi hanno scritto per spiegarmi il motivo del loro allontanamento. Altri mi hanno fatto sapere per mezzo di amici le loro ragioni. Ecco alcune delle cose che dicono (naturalmente i nomi sono fittizi, ma conservo fedelmente la sostanza dei loro discorsi).

“Fin da piccolo ho ricevuto una buona educazione religiosa dalla mia famiglia. Ma le domande che mi ponevo erano tante, e tanta era la confusione che mi creavano in testa. Così, mentre prima ero per così dire obbligato ad andare in chiesa, arrivato a una certa età, smisi di frequentarla”. Roberto

“Mi sono allontanato dalla Chiesa perché i miei genitori mi hanno mandato al catechismo per la Comunione e la Cresima, ma vedevo che a loro non interessava quanto mi insegnavano; a un certo punto non mi hanno più obbligato e io non ci sono più andato”. Marco
“Personalmente credo molto alle cose pratiche, ai problemi concreti, quotidiani, ai fatti… non alle teorie, ai bei pensieri, alle tante parole, come si ascolta in chiesa. Ci vogliono i fatti per migliorare il mondo, non le chiacchiere”.

Laura
“A un ragazzo d’oggi non gli interessa la chiesa. Preferisce distrarsi; divertirsi, evadere, giocare, innamorarsi, rischiare, magari anche scommettere la vita correndo in moto. Se vai in chiesa tutto questo ti viene proibito”.

Donata
“Io non sono molto disposto a lasciarmi istruire dai preti… Alcuni vogliono convertirti a tutti i costi: ho deciso di non farmi ammaestrare da nessuno. Non voglio essere né manovrato, né inquadrato. A vivere imparo da solo. Se sbaglio, pagherò”.

Cristian
“A me piace moltissimo ballare, stimarmi, essere ammirata, innamorarmi almeno il sabato sera e la domenica. Questo però non va d’accordo con la religione. Non accetto che la Chiesa mi dica che cosa devo fare o non fare con il mio ragazzo”.

Monica
“Fino alla terza media sono andato in chiesa e frequentavo l’oratorio. Ma poi ho visto che era una cerchia di persone che ti giudicavano, che stavano bene tra loro, che non accettavano persone nuove, che pensavano di essere i più bravi di tutti. E ho lasciato perdere”.

Stefano
“Il mio andare in chiesa era un’abitudine più che un bisogno, era una tradizione e non un gesto fatto per amore”.

Debora
“Io non credo più in niente. Qualche volta penso che ha ragione mio padre quando dice che anche la Chiesa è una bottega, un partito politico, un’invenzione per tenere buona la gente. Non credo neanche nell’Aldilà, o meglio, ci credevo quand’ero bambina… ma poi sono cresciuta, ho conosciuto la realtà, il dolore, la morte, l’ingiustizia, il male e mi sono domandata: ma in mezzo a tutto questo caos Dio che cosa fa? Esiste? E, se esiste, perché permette tutto questo dolore? Mah…”              Sara

A che cosa stai pensando? Forse anche tu sottoscriveresti qualcuna di queste frasi? O i tuoi motivi per non andare in chiesa sono molto diversi? Io, personalmente, mi sento «spiazzato»: sotto queste espressioni scorre la vita, la gioia, il dolore, la sofferenza, la noia mortale di chi mi ha scritto. Oserei dire di più: riesco a intravedere anche alcune verità, e anche alcuni errori che noi «uomini di Chiesa» abbiamo commesso.

Trovo pure in queste frasi la convinzione che nessuna persona umana, uomo o donna, si rassegna a vivere una vita insignificante. Nessuno vorrebbe sentirsi un essere inutile, in balia degli altri o del caso. Nessuno può diventare «padrone» dell’uomo. Sento la tua voglia di cambiare il mondo delle ingiustizie, delle inutili sofferenze, delle stragi, delle disparità, delle false ipocrisie, dello sfruttamento. E quando tutte queste mete diventano irraggiungibili… posso immaginare (anche se non lo capisco) che vi sia chi è tentato di scivolare verso paradisi artificiali con tutte le conseguenze. Questi sì che li ho incontrati : nelle comunità terapeutiche, nelle carceri, malati di Aids. In questi giovani «disperati» e in molti altri tuoi coetanei vedo che esiste il sogno dell’amore, la voglia di fare qualche cosa di bene; in ognuno è ardente il desiderio di amicizia, la speranza di rendere la vita più bella e piacevole, la tensione alla solidarietà verso gli altri e in modo particolare verso i più emarginati. Sento che hanno e vogliono avere una propria coscienza, che in tutti si celano aspirazioni profonde, interrogativi intelligenti sul senso della vita. Il cuore umano – il tuo, il mio, di tutti – è più ricco di quanto possa apparire; è più sensibile di quanto si possa immaginare; è generatore di energie insperate; è miniera di potenzialità spesso poco conosciute o soffocate dalla poca stima di se stessi, dalla frustrante convinzione che «tanto è impossibile cambiare qualcosa… tanto io non ce la faccio!» A questo punto, allora, vorrei valutare con te alcune proposte.

La prima è: prova a interrogarti sulle verità che stanno nel più profondo di te. Non esitare a porti domande fondamentali, che potrebbero anche lasciarti senza risposta: non avere fretta di trovare soluzioni. Ascoltati nel profondo. E’ un tuo diritto interrogarti per conoscerti nelle tue luci e nelle tue ombre, per sapere da dove vieni, dove stai andando, che senso ha la tua vita, la vita delle persone che ti stanno a cuore, il senso del mondo. Non rifiutarti di pensare, ragionare, riflettere: temi piuttosto chi volesse soffocare questa tua capacità. Se anche le risposte non le troverai subito, ti suggerirei di non angosciarti o tormentarti: è già importante tener viva la domanda! Fatti aiutare da qualcuno in cui hai fiducia. I preti che hai conosciuto ti vogliono ancora bene e sono disposti a darti una mano. Nel silenzio di qualche momento cruciale sentiti voluto bene da Dio e, se riesci, parlagli: «Mio Dio, come è difficile orientarsi nella vita: dammi una mano!»

La seconda proposta ti sembrerà un po’ audace, ma te la faccio ugualmente: cerca di conoscere Gesù. Domandati che cosa pensi di lui, della sua vita, della sua morte in croce. Ti invito a leggere la sua vita, scritta nel Vangelo. Non aver paura di Gesù: quando lo conoscerai lo sentirai vicino, amico, vivo, più concreto della persona che ti sta accanto.

Ho un po’ di timore a farti questa terza proposta, però ci tento ugualmente: troppo spesso si sente la critica che l’oratorio, la chiesa è un ambiente chiuso (come diceva Stefano); ebbene, prova a «cambiare tu le carte in tavola». In altre parole: invita i tuoi amici a casa tua, invita anche qualcuno dell’oratorio, il prete… e con loro parla, discuti, fa’ sentire la tua voce, le tue esigenze, i tuoi problemi, i motivi che ti hanno allontanato da Dio e dalla Chiesa. Domanda loro e domandati con loro: che senso ha la nostra vita? A chi serve? Che cosa faccio per gli altri? Sono capace di amare o, forse, mi illudo di saperlo fare? Il mio ragazzo, la mia ragazza esaurisce l’orizzonte delle mie speranze o c’è qualcosa d’altro? Sto con lui o con lei per piacere o per amore, perché voglio davvero il suo bene?

L’ultima proposta è, in parte, suggerita da Laura. La sproporzione che lei enunciava tra il dire e il fare mi consente di invitarti a fare qualcosa di concreto per gli altri. La commozione che provi nel vedere chi muore di fame, i senzatetto, i terzomondiali in cerca di pane, casa e lavoro, i portatori di handicap, i carcerati, gli ammalati di Aids… tenta di tradurla, magari con l’aiuto di qualche amico, nell’impegno concreto, nel volontariato.

Forse ti capiterà spesso, nei momenti di solitudine, di domandarti chi ti è amico, quanti amici hai. Magari rimani male nel constatare tante defezioni, freddezze, tradimenti. Io t’invito a sconvolgere questo ordine di idee: invece di chiederti quanti amici hai, domandati piuttosto di quante persone sei amico, amica. E quando farai l’esperienza di far sbocciare un sorriso, accendere una speranza nella vita degli altri, t’accorgerai che anche nella tua vita ci sarà più luce, più senso, più gioia. Prendi queste proposte come un invito. Magari discutine con i tuoi amici. Ti ho scritto con la fiducia che mi avresti letto fino alla conclusione e, a quanto pare, stai ancora leggendo. Ebbene, concludendo, permettimi di esprimere un ultimo desiderio: vorrei che il rapporto iniziato con questa lettera avesse una continuazione. Scrivimi pure, so che posso imparare anche da te. Per ora ti lascio, assicurandoti che prego fin da ora per te, perché mi stai a cuore e perché ti voglio bene.

 

Buona settimana

Don Danilo