Carissimi Diciottenni e Giovani,

ogni anno alla terza Domenica di Quaresima ci tocca la fatica di entrare in questo dibattito tra Gesù e un gruppo dirigente dei giudei. Erano giorni di festa, siamo nello spazio sacro del tempio: Gesù, quell’anno, era salito quasi di nascosto perché ormai era nell’occhio del ciclone; aveva dato inizio a un movimento spirituale che suscitava domande e reazioni; già Giovanni nel vangelo annota che “I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: “Dov’è quel tale?” Nessuno però parlava di lui in pubblico, per paura dei Giudei”; che lo si volesse uccidere era ormai risaputo, tant’è che molti si meravigliavano che gli si permettesse di parlare nel tempio. Proprio in quei giorni i Giudei avevano messo in atto un piano per arrestarlo, ma era fallito: coloro che erano stati mandati per arrestarlo, non se l’erano sentita. C’è qualcosa d’inquietante anche per noi nel racconto. Questa, che trapela dal nostro brano, è una malattia mortifera: i sintomi li sorprendiamo mettendo a confronto il brano della Samaritana al pozzo con questo dei Giudei nel tempio; là le parole uscivano come di vento, portavano lontano, facevano sognare; qui le parole stagnano, sono immobili, fanno morire; là accadeva che si liberava, per grazia, dalle pietre il pozzo ed era gorgogliare di sorgente; qui al contrario è la stagione delle pietre, parole come pietre, e qualcuno a rischio di pietre. La nostra riflessione potrebbe indugiare sulla polarità: quanto più le identità sono spente, formali, tanto più sono declamate e sbandierate. Se siamo figli di Dio o discendenti di Abramo basta la nostra vita a dirlo, non occorrono parole, soprattutto parole dure; questo vale anche oggi, vale anche per noi. Il pericolo esiste ed è quello di una riduzione della religione a una sorta di assicurazione sulla vita, di benedizione dell’esistente; si passa da una religione della profezia a una religione degli incantesimi. E’ ciò da cui metteva in guardia il suo popolo Mosè nel brano del Deuteronomio, cioè dal pericolo che, per esorcizzarci dall’ansia per il futuro, ci si lasci prendere da una religione che va in cerca di chi esercita la divinazione, di chi fa incantesimi, di chi consulta negromanti e indovini, di chi interroga i morti. Mentre da interrogare è la vita alla luce della Parola che ispira cammini. Come potevano rivendicare discendenza da Abramo quei Giudei che altro non sapevano fare che giocare in difesa, impermeabili al nuovo? Per di più la loro era un’identità ridotta, rattrappita, sclerotizzata, anche come visione del mondo: erano loro e basta. Nel brano, invece, domina ossessivamente il “noi! All’opposto, Abramo, di cui vantavano la discendenza era l’uomo delle stelle. Non è forse vero che al capitolo 15 della Genesi leggiamo: “Poi Dio lo condusse fuori e gli disse: «Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»”? Barricati nel tempio o fuori a guardare le stelle, ad ascoltare le stelle, a gioire, di un’umanità corale? Nella consapevolezza che è in questo modo che tu diventi una benedizione per i popoli e per la terra. Come Abramo, di cui fu detto: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra”.

Vi ricordo la preghiera del Venerdì alle 6:30 in oratorio a Carnago a cui segue la colazione insieme.

Buona settimana e buona continuazione della Quaresima

 

dSte

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Ieri abbiamo ascoltato il Signore Gesù parlare con la donna samaritana. Da questo incontro “casuale” nascono parole “vere”, gesti e scelte che tessono relazione, superando  blocchi e paure della donna.

Un dialogo caratterizzato da sette domande e sette risposte in cui Gesù continua ad innalzare il livello del discorso. Gesù non risponde mai a tono alla donna, sollecitandola così ad andare oltre le sue stesse domande. Egli porta la Samaritana ad interrogarsi, ad entrare nel cuore di ciò che vive e che per lei è un problema, a chiamare per nome le sue delusioni, le sue amarezze, i desideri della sua esistenza.

Il dialogo si innalza sempre più e, giunto quasi all’apice, la Samaritana pare volersi sottrarre, rimandando a quel Messia che “dovrebbe venire”, la spiegazione autentica della verità, quasi a dire: finiamo questo discorso e se un giorno questo Messia verrà, vedremo.
Inattesa la risposta di Gesù: «Sono io, che parlo con te». Non è più tempo di rimandare decisioni, smetti di scappare, questo è il tempo della verità! Colui che le parla qui ed ora, è Colui a cui non può sfuggire, perché conosce realmente il suo cuore e la spinge ad andare oltre le reticenze e le resistenze.

Che cosa dice a noi questo testo evangelico?

La Samaritana rappresenta ciascuno di noi: riviviamo i suoi stessi atteggiamenti quando ci rassegniamo ad una vita quotidiana spenta e sempre identica a se stessa; quando ci accontentiamo della nostra fatica di attingere acqua del pozzo per una giornata e basta; quando ci sentiamo infastiditi da richieste che ci scomodano… Proprio in questo momento il Signore ci viene incontro; ci porta oltre la nostra quotidianità e la nostra banalità e ci fa capire che l’altro non è un intruso, anzi rappresenta un invito ad andare oltre noi stessi, a trovare il meglio di noi.

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

vi riporto uno stralcio dell’omelia di papa Francesco nella Messa del Mercoledì delle Ceneri: “Ognuno di noi può chiedersi: nel cammino della vita, cerco la rotta o mi accontento di vivere alla giornata, pensando solo a star bene, a risolvere qualche problema e a divertirmi un po’? Che sia forse la ricerca della salute, che tanti oggi dicono venire prima di tutto ma che prima o poi passerà? Forse i beni e il benessere? Ma non siamo al mondo per questo. Ritornate a me, dice il Signore. È il Signore la meta del nostro viaggio nel mondo. Per ritrovare questa rotta, oggi ci è offerto un segno: la cenere in testa. È un segno che ci fa pensare a che cosa abbiamo in testa. Il lieve strato di cenere che riceveremo è per dirci, con delicatezza e verità: di tante cose che hai per la testa, dietro cui ogni giorno corri e ti affanni, non resterà nulla. Per quanto ti affatichi, dalla vita non porterai con te alcuna ricchezza. Le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento. I beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta. La cultura dell’apparenza, oggi dominante, che induce a vivere per le cose che passano, è un grande inganno. Perché è come una fiammata: una volta finita, resta solo la cenere. La Quaresima è il tempo per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere. La Quaresima è riscoprire che siamo fatti per il fuoco che sempre arde, non per la cenere che subito si spegne; per Dio, non per il mondo; per l’eternità del Cielo, non per l’inganno della terra; per la libertà dei figli, non per la schiavitù delle cose. Possiamo chiederci oggi: da che parte sto? Vivo per il fuoco o per la cenere?

Vi ricordo la preghiera del Venerdì alle 6:30 in oratorio a Carnago a cui segue la colazione insieme.

Buona settimana e buon inizio di Quaresima

 

dSte

Il Decanato di Carnago propone ai PreAdolescenti il ritiro di Quaresima

Sabato 30 Marzo presso l’oratorio di Caronno Varesino

Ci ritroveremo alle ore 16.00 con inizio alle 16.30
Alle 18.30 vivremo insieme la Santa Messa con la Consegna del Credo e del Padre Nostro
Alle ore 20.00 cena (il menù sarà pasta all’amatriciana e scaloppine al limone con patatine)
La conclusione è prevista per le ore 22.15

Il costo per la partecipazione è di 5 euro da versare il giorno stesso del ritiro.
Per iscriversi compilare il modulo allegato entro sabato 23 Marzo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

In questi giorni ho riletto una bellissima lettera indirizzata ai giovani dal cardinale Martini nel giugno del 1990. La sento molto vera anche per il nostro cammino. Buona lettura!

Caro amico, cara amica,

Non stupirti per questa mia lettera indirizzata proprio a te. Ho deciso di scriverti perché – almeno finora – m’è stato impossibile incontrarti: dove andavo io, tu non c’eri e dove andavi tu… io non c’ero!

Tuttavia le nostre strade si sono spesso incrociate: molte sere, tornando dalle parrocchie, dagli oratori, ti ho intravisto fuori da qualche discoteca, all’interno di qualche birreria, o paninoteca, oppure a piedi per le vie del centro, in piazza Duomo… Avrei voluto fermarmi, incontrarti, ma poi mi sono domandato: come presentarmi? E poi, che cosa penserà questo giovane, questa ragazza? A chi mi paragonerà: ai genitori un po’ seccati per i suoi ritardi, a qualche intruso un po’ invadente, all’intervento improvviso di qualche agente della forza pubblica? E io sarei capace di ascoltare, di dialogare con lei, con lui…?

Ho deciso, allora, di scriverti. Io tenterò di essere breve e tu cerca di arrivare fino in fondo. Non ti tenderò tranelli, eviterò prediche e rimproveri: vorrei solamente parlarti e dirti che sono pronto, se lo desideri, a dialogare con te; vorrei cercare di capire meglio te e i tuoi amici.

Agli adulti capita talvolta di rimproverare prima di capire il motivo di un certo comportamento, di squalificare senza dare possibilità di appello. Non vorrei comportarmi così: tenterei invece di ascoltarti e poi di risponderti, come m’è già capitato di fare con altri tuoi coetanei. Alcuni di loro, pur lontani dalla Chiesa, mi hanno scritto per spiegarmi il motivo del loro allontanamento. Altri mi hanno fatto sapere per mezzo di amici le loro ragioni. Ecco alcune delle cose che dicono (naturalmente i nomi sono fittizi, ma conservo fedelmente la sostanza dei loro discorsi).

“Fin da piccolo ho ricevuto una buona educazione religiosa dalla mia famiglia. Ma le domande che mi ponevo erano tante, e tanta era la confusione che mi creavano in testa. Così, mentre prima ero per così dire obbligato ad andare in chiesa, arrivato a una certa età, smisi di frequentarla”. Roberto

“Mi sono allontanato dalla Chiesa perché i miei genitori mi hanno mandato al catechismo per la Comunione e la Cresima, ma vedevo che a loro non interessava quanto mi insegnavano; a un certo punto non mi hanno più obbligato e io non ci sono più andato”. Marco
“Personalmente credo molto alle cose pratiche, ai problemi concreti, quotidiani, ai fatti… non alle teorie, ai bei pensieri, alle tante parole, come si ascolta in chiesa. Ci vogliono i fatti per migliorare il mondo, non le chiacchiere”.

Laura
“A un ragazzo d’oggi non gli interessa la chiesa. Preferisce distrarsi; divertirsi, evadere, giocare, innamorarsi, rischiare, magari anche scommettere la vita correndo in moto. Se vai in chiesa tutto questo ti viene proibito”.

Donata
“Io non sono molto disposto a lasciarmi istruire dai preti… Alcuni vogliono convertirti a tutti i costi: ho deciso di non farmi ammaestrare da nessuno. Non voglio essere né manovrato, né inquadrato. A vivere imparo da solo. Se sbaglio, pagherò”.

Cristian
“A me piace moltissimo ballare, stimarmi, essere ammirata, innamorarmi almeno il sabato sera e la domenica. Questo però non va d’accordo con la religione. Non accetto che la Chiesa mi dica che cosa devo fare o non fare con il mio ragazzo”.

Monica
“Fino alla terza media sono andato in chiesa e frequentavo l’oratorio. Ma poi ho visto che era una cerchia di persone che ti giudicavano, che stavano bene tra loro, che non accettavano persone nuove, che pensavano di essere i più bravi di tutti. E ho lasciato perdere”.

Stefano
“Il mio andare in chiesa era un’abitudine più che un bisogno, era una tradizione e non un gesto fatto per amore”.

Debora
“Io non credo più in niente. Qualche volta penso che ha ragione mio padre quando dice che anche la Chiesa è una bottega, un partito politico, un’invenzione per tenere buona la gente. Non credo neanche nell’Aldilà, o meglio, ci credevo quand’ero bambina… ma poi sono cresciuta, ho conosciuto la realtà, il dolore, la morte, l’ingiustizia, il male e mi sono domandata: ma in mezzo a tutto questo caos Dio che cosa fa? Esiste? E, se esiste, perché permette tutto questo dolore? Mah…”              Sara

A che cosa stai pensando? Forse anche tu sottoscriveresti qualcuna di queste frasi? O i tuoi motivi per non andare in chiesa sono molto diversi? Io, personalmente, mi sento «spiazzato»: sotto queste espressioni scorre la vita, la gioia, il dolore, la sofferenza, la noia mortale di chi mi ha scritto. Oserei dire di più: riesco a intravedere anche alcune verità, e anche alcuni errori che noi «uomini di Chiesa» abbiamo commesso.

Trovo pure in queste frasi la convinzione che nessuna persona umana, uomo o donna, si rassegna a vivere una vita insignificante. Nessuno vorrebbe sentirsi un essere inutile, in balia degli altri o del caso. Nessuno può diventare «padrone» dell’uomo. Sento la tua voglia di cambiare il mondo delle ingiustizie, delle inutili sofferenze, delle stragi, delle disparità, delle false ipocrisie, dello sfruttamento. E quando tutte queste mete diventano irraggiungibili… posso immaginare (anche se non lo capisco) che vi sia chi è tentato di scivolare verso paradisi artificiali con tutte le conseguenze. Questi sì che li ho incontrati : nelle comunità terapeutiche, nelle carceri, malati di Aids. In questi giovani «disperati» e in molti altri tuoi coetanei vedo che esiste il sogno dell’amore, la voglia di fare qualche cosa di bene; in ognuno è ardente il desiderio di amicizia, la speranza di rendere la vita più bella e piacevole, la tensione alla solidarietà verso gli altri e in modo particolare verso i più emarginati. Sento che hanno e vogliono avere una propria coscienza, che in tutti si celano aspirazioni profonde, interrogativi intelligenti sul senso della vita. Il cuore umano – il tuo, il mio, di tutti – è più ricco di quanto possa apparire; è più sensibile di quanto si possa immaginare; è generatore di energie insperate; è miniera di potenzialità spesso poco conosciute o soffocate dalla poca stima di se stessi, dalla frustrante convinzione che «tanto è impossibile cambiare qualcosa… tanto io non ce la faccio!» A questo punto, allora, vorrei valutare con te alcune proposte.

La prima è: prova a interrogarti sulle verità che stanno nel più profondo di te. Non esitare a porti domande fondamentali, che potrebbero anche lasciarti senza risposta: non avere fretta di trovare soluzioni. Ascoltati nel profondo. E’ un tuo diritto interrogarti per conoscerti nelle tue luci e nelle tue ombre, per sapere da dove vieni, dove stai andando, che senso ha la tua vita, la vita delle persone che ti stanno a cuore, il senso del mondo. Non rifiutarti di pensare, ragionare, riflettere: temi piuttosto chi volesse soffocare questa tua capacità. Se anche le risposte non le troverai subito, ti suggerirei di non angosciarti o tormentarti: è già importante tener viva la domanda! Fatti aiutare da qualcuno in cui hai fiducia. I preti che hai conosciuto ti vogliono ancora bene e sono disposti a darti una mano. Nel silenzio di qualche momento cruciale sentiti voluto bene da Dio e, se riesci, parlagli: «Mio Dio, come è difficile orientarsi nella vita: dammi una mano!»

La seconda proposta ti sembrerà un po’ audace, ma te la faccio ugualmente: cerca di conoscere Gesù. Domandati che cosa pensi di lui, della sua vita, della sua morte in croce. Ti invito a leggere la sua vita, scritta nel Vangelo. Non aver paura di Gesù: quando lo conoscerai lo sentirai vicino, amico, vivo, più concreto della persona che ti sta accanto.

Ho un po’ di timore a farti questa terza proposta, però ci tento ugualmente: troppo spesso si sente la critica che l’oratorio, la chiesa è un ambiente chiuso (come diceva Stefano); ebbene, prova a «cambiare tu le carte in tavola». In altre parole: invita i tuoi amici a casa tua, invita anche qualcuno dell’oratorio, il prete… e con loro parla, discuti, fa’ sentire la tua voce, le tue esigenze, i tuoi problemi, i motivi che ti hanno allontanato da Dio e dalla Chiesa. Domanda loro e domandati con loro: che senso ha la nostra vita? A chi serve? Che cosa faccio per gli altri? Sono capace di amare o, forse, mi illudo di saperlo fare? Il mio ragazzo, la mia ragazza esaurisce l’orizzonte delle mie speranze o c’è qualcosa d’altro? Sto con lui o con lei per piacere o per amore, perché voglio davvero il suo bene?

L’ultima proposta è, in parte, suggerita da Laura. La sproporzione che lei enunciava tra il dire e il fare mi consente di invitarti a fare qualcosa di concreto per gli altri. La commozione che provi nel vedere chi muore di fame, i senzatetto, i terzomondiali in cerca di pane, casa e lavoro, i portatori di handicap, i carcerati, gli ammalati di Aids… tenta di tradurla, magari con l’aiuto di qualche amico, nell’impegno concreto, nel volontariato.

Forse ti capiterà spesso, nei momenti di solitudine, di domandarti chi ti è amico, quanti amici hai. Magari rimani male nel constatare tante defezioni, freddezze, tradimenti. Io t’invito a sconvolgere questo ordine di idee: invece di chiederti quanti amici hai, domandati piuttosto di quante persone sei amico, amica. E quando farai l’esperienza di far sbocciare un sorriso, accendere una speranza nella vita degli altri, t’accorgerai che anche nella tua vita ci sarà più luce, più senso, più gioia. Prendi queste proposte come un invito. Magari discutine con i tuoi amici. Ti ho scritto con la fiducia che mi avresti letto fino alla conclusione e, a quanto pare, stai ancora leggendo. Ebbene, concludendo, permettimi di esprimere un ultimo desiderio: vorrei che il rapporto iniziato con questa lettera avesse una continuazione. Scrivimi pure, so che posso imparare anche da te. Per ora ti lascio, assicurandoti che prego fin da ora per te, perché mi stai a cuore e perché ti voglio bene.

 

Buona settimana

Don Danilo