Carissimi Diciottenni e Giovani,

ieri abbiamo celebrato la festa della Santa Famiglia; la Scrittura non dà spazio a tante teorizzazioni sulla famiglia ma su storie di famiglie anche molto diverse ognuna con la sua tipicità: nasce da qui l’invito ad essere attenti alle biografie perché non ce n’è una che sia il calco di un’altra. Oggi il vangelo di Matteo, della famiglia di Nazaret, racconta i giorni del ritorno dall’Egitto. C’è stata una notte di fuga, su mandato di un angelo, perché a rischio era la vita di Gesù bambino: di che cosa è stato segno, che cosa può suggerire alle nostre famiglie dentro la loro reale biografia? Si parla di sradicamenti: è una famiglia che vive sulla sua pelle il dramma che milioni e milioni di famiglie vivono oggi; prima un viaggio verso un’altra terra, poi il ritorno alla propria terra perché c’è un agguato di morte. E Dio viene con un angelo a comandare una fuga perché non è per la morte: chissà quante volte ci siamo chiesti se nei sogni di tanti non ci sia stato il passaggio dell’angelo; tocca la responsabilità di Giuseppe, diremmo dell’uomo: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre”. Che cosa tocca invece le nostre famiglie nel concreto? Ascoltare le preoccupazioni della notte, leggervi dalla Parola di Dio un’indicazione di orizzonte è solo l’inizio: poi la scelta è affidata a noi. La via la studiamo noi; ciò che dobbiamo portare lo prepariamo noi con Maria. Lo spaesamento, poi, lo si prova insieme come a cercare casa e lavoro quando da un giorno all’altro viene perso improvvisamente. Anche l’indicazione della terra in cui ritornare è fondamentalmente generica, ma Giuseppe è tutt’altro che l’uomo passivo in cui spesso lo incorniciamo. Venendo a sapere di Archelao, decise di mettere casa in un’altra regione, va a Nazaret. Sembra di vedere nel racconto quasi un elogio di questa paternità nella sua intelligenza e intraprendenza. Cosa significa poi allora prendersi cura? E ancora: Giuseppe è “SOLO” un papà (di un figlio non suo per altro), laico; non è nella classe sacerdotale e non fa parte di nessuna gerarchia ecclesiastica diremmo noi oggi. E’ chiamato in causa lui, con la sua intelligenza, la sua visione della realtà e il suo coraggio di rischiare; come dovrebbe essere ciascun genitore oggi: a prendersi cura della sua famiglia, della chiesa nella propria comunità e del paesein prima persona. “La nazione” – ricordava alcuni anni fa papa Francesco in un convegno della Chiesa italiana a Firenze – “non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione, in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose”. E ancora: “La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media… La Chiesa sia fermento di dialogo, d’incontro e di unità. Non dobbiamo aver paura: è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. Il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”.
E’ qualcosa di più di uno stile, è il nostro modo di essere fedeli al vangelo: il prenderci cura. Lo invochiamo dal Signore in questa eucaristia. Ce lo auguriamo, come credenti.

Buona settimana

Don Stefano