Carissimi Diciottenni e Giovani,

ieri abbiamo celebrato la Solennità dell’Epifania: beato chi di noi ancora sente scorrere un brivido dentro, all’accendersi del racconto di Matteo sui Magi; dov’è la manifestazione? Per chi è la manifestazione? Per dire che è a tutti, i vangeli vanno a scovare i lontani e le strade meno note, sconosciute agli apparati e meno visibili; ripensando ai magi e agli altri testimoni della nascita di Gesù, si può presentare alla mente l’immagine fiumi carsici: nessuno li vede, poi un giorno ti accorgi dell’esistenza perché sbucano. Che viaggio avranno mai fatto, i testimoni della nascita? Come non sentirsi prendere dal desiderio che qualcuno ci racconti il viaggio? In parte l’ha fatto Matteo con il suo racconto sui magi: il fiume si è interrato dal suo inizio in Oriente ed eccolo sbucare a Gerusalemme; il sussulto appartiene al fiume che scorre nelle grotte: sopra trovi spesso una crosta immobile, impermeabile, roccia dura. Stupisce, ma può anche essere così la notizia nei racconti della nascita; pensiamo ai pastori, un piccolo povero torrente di gente inaffidabile scorre sotto la crosta della storia, nella notte, e arriva in vista di una mangiatoia; al ritorno li ritrovi sbucati di nuovo presso le loro greggi, a raccontare. Oggi il racconto dei magi: il loro torrente viene da lontano, lontano, ma non senza luce, non senza stella: vengono dall’Oriente, il viaggio del torrente è lungo. Sbuca, dicevamo, a Gerusalemme, ma che cosa trova? Acque stagnanti, rimangono fermi e anche un po’ impauriti da questi che hanno un entusiasmo tale da provocare quasi fastidio: loro decidono di restare con i piedi per terra. Ma il torrente dei magi non si arrende all’opacità; riprende a scorrere, è in vista di nuovo della stella che conduce a una casa: il bambino non è più un neonato e i suoi abitano una casa, a Betlemme. E oggi, festa dell’Epifania, pensiamo ai viaggi degli infiniti torrenti, spesso nascosti, spinte di acque sotto la crosta delle mille e mille storie di ogni uomo e di ogni donna.
Il rotolo di Isaia da cui è tratto il brano che oggi abbiamo ascoltato è più solenne: parla di Gerusalemme e di un affluire di popoli; ma, se lo leggiamo alla luce della vicenda dei magi, ci sembra di capire che la grandezza non sta nella città ma nel mirabile muoversi: i pastori condotti da angeli e i magi condotti da una stella. “Al vedere la stella” è scritto “provarono una gioia grandissima, entrati nella casa, videro il bambino e sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni…”. La scena ci appare di una semplicità incantevole: una casa, dei viandanti venuti dall’oriente, gente che si emoziona per via di una stella e che s’incanta per un bambino accanto a una madre. Vince la semplicità nelle avventure dello Spirito, la non assuefazione, la passione, la capacità di meravigliarsi, la luce della coscienza sull’immobilità di riti e dottrine e la prontezza a muoversi nel cammino di Dio. Aprirono poi i loro scrigni: non erano che maghi, cercatori di stelle, non dovevano avere con sé chissà quali ricchezze; ma i doni non rivestono importanza per via della loro eccezionalità, per il prezzo, ma per quello che significano. L’oro, forse, era un grumo d’oro, ma era come se con l‘oro i magi volessero riconoscere la dignità del bambino, con l’incenso avvolgere quella dignità di profumo, e con la mirra fare una dichiarazione di amore (nel dono della vita). Il torrente arriva a riconoscere la dignità del piccolo, ad avvolgerlo di ebbrezza di profumo, a dichiararlo amato. Vale per Gesù, vale per ogni donna, per ogni uomo, per il creato, per ogni essere vivente.
E’ la strada che ci aprono i magi, è la loro alternativa a quella di Erode, del potere: “Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

 

Buona settimana

Don Stefano