Carissimi Diciottenni e Giovani,

nel Vangelo di Ieri, quarta Domenica di Avvento, ci siamo riconosciuti nel Messia a dorso di puledro; erano giorni di grande salita perché, di lì a poco, sarebbe stata Pasqua; era un convenire di gente da vicino e da lontano. Anche Gesù sale camminando davanti a tutti, come se in qualche misura volesse trascinare gli altri, quasi a dare l’orientamento e la spinta; infatti più d’uno dei suoi discepoli non era così entusiasta di quella salita alla città santa. Avevano constatato che la prospettiva del regno trovava resistenze in particolare da parte del potere. Sarebbe stato come gettare un tizzone di fuoco nella paglia; oltre che per aggregarsi alla grande celebrazione di quei giorni saliva anche per la grande rivelazione. Abbiamo tutti notato, però, come Gesù quel giorno volle precisare, fin nei dettagli, come doveva essere quel suo ingresso. Tutto si giocava intorno a un puledro: ne andava della sua immagine. Sullo sfondo, inoltre, ci sembra di scorgere un Messia che è venuto a slegarci, a scioglierci per farci respirare dentro stagioni di libertà dello spirito. L’ingresso del profeta di Nazaret aveva il sapore di un’inconfondibile contestazione radicale rispetto agli altri ingressi del potere noiosamente sempre uguali a se stessi perché trionfali. Guardiamo quella piccola folla di poveri e straccioni, che stende mantelli per le strade e, lontana dalle arroganze di coloro che contano, acclama un venire umile e mite. E’ l’Avvento di Dio e del suo messia in cui crediamo che ci parla della strada di Dio ma anche della vera strada dell’uomo sulla quale Gesù ci ha sempre preceduti. Ci parla di un nuovo umanesimo che papa Francesco, alla chiesa italiana a Firenze, lo descrisse in tre aspetti: umiltà, disinteresse e  beatitudine. L’ingresso dell’umile slega l’umano perché cerca la felicità dell’altro, genera festa anche per le strade. Questi tratti di Gesù devono essere anche quelli della sua chiesa: “ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta e perde il senso; se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi è triste; le beatitudini sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto. I gesti parlano più di molte parole: anche noi siamo chiamati tutti a metterci, come credenti ma anche come umani, su questa lunghezza d’onda del vangelo che può rigenerare sulla terra un nuovo umanesimo di vivere e di stare al mondo.

Buona Settimana

Don Stefano