Carissimi Diciottenni e Giovani

Mancano ormai pochissimi giorni al Santo Natale e forse è giusto porci una domanda: noi festeggiamo a Natale o viviamo il Natale? Se ci limitiamo a festeggiarlo, allora possiamo accomodarci a tavola e lasciare che il tempo scorra tra un piatto e una tombolata.

Se, invece, viviamo il Natale, non staremo tanto tranquilli. Il Natale è la festa dell’incontro tra l’Umano e il Divino; è la festa che vede protagonisti i poveri; è la festa che vede una famiglia scappare in Egitto per sfuggire alla morte; è la festa della speranza.

Chi vive il Natale si ricorda che è stato insignito di una missione: essere costruttore di pace ed essere annunciatore della giustizia. Il primo passo verso la giustizia è la memoria: Natale ci ricorda e ci invita a fare memoria. Solo la memoria ci permetterà di superare la confusione che regna nei nostri cuori; solo la memoria ci permetterà di accogliere l’altro. Memoria serve per ricordare che siamo frutto di una promessa e siamo generatori di promesse. Gli auguri che ci faremo sono promesse di bene, di pace, di amore, di accoglienza. Non scambiamoci, allora, a cuor leggero gli auguri, se sappiamo che le promesse non vogliamo mantenerle. Oltre ad essere costruttori di giustizia, facendo memoria, il Natale ci invita a volgere lo sguardo sul presente e ci proietta al futuro. Non deludiamo le persone che ci vogliono bene, non illudiamole con false speranze, aiutiamole a vivere il presente e a progettare insieme il futuro.

Chiediamo a Maria, Madre della speranza, che ci accompagni in questo cammino.

Buona settimana

Don Danilo

Carissimi Diciottenni e Giovani,

nel Vangelo di Ieri, quarta Domenica di Avvento, ci siamo riconosciuti nel Messia a dorso di puledro; erano giorni di grande salita perché, di lì a poco, sarebbe stata Pasqua; era un convenire di gente da vicino e da lontano. Anche Gesù sale camminando davanti a tutti, come se in qualche misura volesse trascinare gli altri, quasi a dare l’orientamento e la spinta; infatti più d’uno dei suoi discepoli non era così entusiasta di quella salita alla città santa. Avevano constatato che la prospettiva del regno trovava resistenze in particolare da parte del potere. Sarebbe stato come gettare un tizzone di fuoco nella paglia; oltre che per aggregarsi alla grande celebrazione di quei giorni saliva anche per la grande rivelazione. Abbiamo tutti notato, però, come Gesù quel giorno volle precisare, fin nei dettagli, come doveva essere quel suo ingresso. Tutto si giocava intorno a un puledro: ne andava della sua immagine. Sullo sfondo, inoltre, ci sembra di scorgere un Messia che è venuto a slegarci, a scioglierci per farci respirare dentro stagioni di libertà dello spirito. L’ingresso del profeta di Nazaret aveva il sapore di un’inconfondibile contestazione radicale rispetto agli altri ingressi del potere noiosamente sempre uguali a se stessi perché trionfali. Guardiamo quella piccola folla di poveri e straccioni, che stende mantelli per le strade e, lontana dalle arroganze di coloro che contano, acclama un venire umile e mite. E’ l’Avvento di Dio e del suo messia in cui crediamo che ci parla della strada di Dio ma anche della vera strada dell’uomo sulla quale Gesù ci ha sempre preceduti. Ci parla di un nuovo umanesimo che papa Francesco, alla chiesa italiana a Firenze, lo descrisse in tre aspetti: umiltà, disinteresse e  beatitudine. L’ingresso dell’umile slega l’umano perché cerca la felicità dell’altro, genera festa anche per le strade. Questi tratti di Gesù devono essere anche quelli della sua chiesa: “ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta e perde il senso; se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi è triste; le beatitudini sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto. I gesti parlano più di molte parole: anche noi siamo chiamati tutti a metterci, come credenti ma anche come umani, su questa lunghezza d’onda del vangelo che può rigenerare sulla terra un nuovo umanesimo di vivere e di stare al mondo.

Buona Settimana

Don Stefano

Carissimi Diciottenni e Giovani

Ormai stiamo già respirando un’aria ed un clima che ci avvicinano a grandi passi al Santo Natale. Vorrei farvi meditare un testo di Giovanni Paolo II che si riferisce proprio al Natale.

Dice il passo: “Quale valore deve avere l’uomo davanti agli occhi del creatore, se ha meritato di avere un tanto nobile e grande redentore, se Dio ha dato il suo Figlio, affinché egli, l’uomo, non muoia, ma abbia la vita eterna? In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo si chiama evangelo, cioè la buona novella. Si chiama anche cristianesimo” (Lettera Enciclica Redemptor hominis 10,1-2).

Nella notte di Natale è avvenuto qualcosa di straordinario: i primi a cui fu svelato quanto Dio si prendesse cura dell’uomo furono dei pastori.

Il Vangelo racconta: “I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto” [Lc 2,20]. Ritornarono alla loro condizione sociale di prima. Le pecore puzzavano come prima; la considerazione che la società aveva di loro continuava ad essere pessima. Ma una cosa era cambiata in loro: era nata in loro la consapevolezza di essere persone amate da Dio. Il cristianesimo è oggettivamente un fatto: Dio ha tanto amato l’uomo, si è preso talmente cura dell’uomo, da assumere la nostra stessa natura e condizione umana. Ha voluto dirci nell’unico modo a noi comprensibile, che ci ama.

Viviamo questi giorni del mese di dicembre con una grande consapevolezza, noi abbiamo una missione, una vocazione: annunciare, a tutte le persone con cui condividiamo la nostra vita, che Dio ci ama immensamente!

Buona Settimana

Don Danilo