Carissimi 18/19enni e Giovani,

rinveniamo nelle letture di ieri la parola ‘via’; ma la pensiamo anche noi come desiderio anche dentro tanti pensieri di questi giorni: l’urgenza di una vera via da aprire, non un imbroglio o un fallimento; che non sia una strada che poi si riveli malauguratamente senza vie di uscita o cieca. Una via, in modo speciale, da aprire a Gesù; è la notizia buona secondo l’evangelista Marco che introduce il suo racconto dicendo che l’ ‘inizio della Buona Notizia’ è Gesù. Dire che il Vangelo, la Notizia Buona, per noi oggi, per questa terra e comunità che amiamo, è Gesù, dovrebbe riorientare tutto il nostro desiderio a Lui! Marco, prima ancora che Gesù arrivi al Giordano, ci racconta che c’è un esempio da seguire: Giovanni che ne anticipa la venuta e, rifacendosi alla profezia d’Isaia, c’invita adesso con urgenza a preparare la via a Gesù. A chi tocca farlo? Nella prima lettura dapprima sembra che debba essere un messaggero a fare da apripista; poi nel Vangelo il grido dal deserto rilancia una chiamata al plurale: preparare la strada non è affare di uno, ma compito che spetta a tutti. A volte ci prende la sensazione di non sapere più che strada scegliere, di essere come smarriti, come se si annebbiasse l’orizzonte e si facesse fatica a intravedere la via; quando non bastano i propri occhi a scorgere un pezzo di strada sicura e affidabile è importante aver accolto l’invito a preparare La strada perché quella che emergerà possa essere per Gesù. Si delineerà davanti agli occhi una via che è una persona in carne e ossa; una via concreta come la sua vita. Il profeta Isaia, ancora nella prima lettura, ci annuncia un futuro, giorni in cui popoli, che per Israele erano stati causa di devastazioni e deportazioni, si ritroveranno a vivere una comunione d’intenti, una riconciliazione. Tutto il brano va riletto come una spinta a sognare nel nome di Dio. La via da preparare è quella di Dio, via di comunicazione, che mette in connessione, in dialogo, in condivisione, i popoli anche se con religioni diverse: assiri, egiziani, Israeliti. Tocca a noi, a ciascuno di noi creare strade di comunicazione e di comunione: la vera benedizione; colpisce molto questo verbo che conclude le ultime parole del brano: i tre diventano una benedizione in mezzo alla terra. A noi il compito di preparare a tutti i livelli, da quelli più personali a quelli più universali, vie che mettano in comunicazione perché tutti vi possano transitare. Prepariamo una benedizione per la terra.

Con altre parole, così l’Arcivescovo nell’Omelia della prima Domenica di Avvento in duomo: “Che cosa dice Dio a questa terra immersa nel dramma della storia (ragazzo sotto al treno; ragazzo massacrato nel garage; fatti brutti della vita)? Dice all’impazienza: non è subito la fine! Dice ai suoi discepoli: non lasciatevi prendere dall’impazienza. Piuttosto attrezzatevi per la resistenza, disponetevi alla perseveranza. Coloro che sono attrezzati per la resistenza e disposti alla perseveranza sono quelli che sono capaci di vivere le situazioni come occasioni; affrontano la persecuzione senza lasciarsi terrorizzare perché sono miti e disponibili alla benevolenza anche verso chi li fa soffrire; non dicono parole proprie, ma che vengono da Dio: perciò benedicono e non maledicono. La resistenza può, per grazia di Dio, vincere l’impazienza, illuminare la storia e seminare speranza”.

 

Buona Settimana

Don Stefano

Domenica 2 Dicembre a partire dalle 16:00 in oratorio a Carnago si svolgerà il raduno chierichetti.. meglio conosciuto come “Mo.Chi. Day“.

Il programma prevede:
– cioccolata per tutti
– momento di preghiera in chiesa
– scuola di liturgia (per capire il significato del servire alle celebrazioni)

La conclusione è prevista per le 19:00

Per iscriverti consegna il volantino compilato a uno dei responsabili qui indicati:

Marco Riganti (Solbiate)
Matteo D’Andrea (Carnago)
Mattia Colombo (Rovate)
Camilla Ghiringhelli (Caronno)
Marco Perin (Castronno)
Tommaso Zanisi (Castelseprio)

Dimenticavo… aspettiamo tanti dolci per merenda 🙂

Volantino Mo. Chi. Day 2.12

Carissimi Diciottenni e Giovani,

Ieri la nostra Chiesa Ambrosiana ha iniziato il tempo di Avvento, itinerario di rinnovamento spirituale in preparazione al Natale. Risuonano nella liturgia le voci dei profeti, che annunciano il Messia invitandoci alla conversione del cuore ed alla preghiera. Ultimo di essi, e di tutti più grande, Giovanni il Battista grida: “Preparate la via del Signore!” (Lc 3,4), perché Egli “verrà a visitare il suo popolo nella pace”.

Viene Cristo, il Principe della pace! Prepararci al suo Natale significa risvegliare in noi e nel mondo intero la speranza della pace. La pace anzitutto nei cuori, che si costruisce deponendo le armi del rancore, della vendetta e di ogni forma di egoismo.

In questo itinerario di attesa e di speranza che è l’Avvento, la Comunità cristiana si immedesima più che mai nella Vergine Santissima. Sia Maria, la Vergine dell’attesa, ad aiutarci perché apriamo i cuori a Colui che reca, con la sua venuta tra noi, il dono inestimabile della pace a tutto il mondo.

 

Buona Settimana

Don Danilo

Carissimi 18/19enni e giovani,

uno sguardo molto bello per la nostra vita cristiana dalla Rubrica del Corriere della Sera “Letti da Rifare” curata da Alessandro D’Avenia:

 

PER ME E’ UN NO!

«Non possiedo nessun talento. Non voglio crogiolarmi nell’autocommiserazione, è così. Io non ho niente da dare». È uno dei temi ricorrenti nelle lettere che ricevo dai ragazzi, ma ho scelto queste parole di una ventenne perché, in un solo doloroso giro di frase, c’è il nesso tra l’avere un talento e la possibilità di donare qualcosa. Ma la parola «talento», nella cultura della prestazione e del successo, si è profondamente trasformata. «Talento» va ormai a braccetto con show: qualcosa, anche se acerbo, da dare in pasto al pubblico. Così non si ha un talento, si è un talento: l’identità dura il tempo della ribalta. I «talent», che abbracciano tutte le età e ambiti utili all’audience, hanno riportato in auge il talento come dono da riconoscere e valorizzare. Il format infatti ha la struttura di una scuola, ma si tratta di una costruzione narrativa che riduce il talento a competizione nella quale chi non va avanti — «per me è un no!» è diventato proverbiale — deve affrontare ciò che, nella vita ordinaria, è un fallimento. Il contesto provoca quindi un cortocircuito: non ho successo, non valgo, non ho talento. Uno dei motivi dell’insoddisfazione cronica di oggi è frutto dell’immaginario della felicità come successo. Ma la vita non ha valore per la prestazione, bensì per la presenza: nulla e nessuno appare invano. I Greci definivano la verità aletheia: ciò che non rimane nascosto e deve venire alla luce. Il successo però si concentra sulle luci (della ribalta), non su ciò che viene alla luce. I talent di fatto forzano il tempo necessario per lavorare sul proprio dono: infatti il talento si coltiva, il successo si produce. Ed è per questo che molti «successi», spesso esplosi con i talent, con il tempo (a volte bastano pochi mesi) tornano a un amaro silenzio, perché non nati da ciò che merita di venire alla luce, ma su un consenso abbagliato e abbagliante. Aveva talento da vendere o per vendere?

Originariamente però la parola talento indicava la bilancia e per estensione un’unità di misura di peso/valore dell’oro. E perché allora la usiamo tutti i giorni? È diventata proverbiale grazie alla parabola di Cristo raccolta da Matteo nel suo Vangelo. Una delle cose che più mi colpisce della nostra cultura, nata dall’incrocio di Atene e Gerusalemme, è l’ignoranza dei Vangeli, eppure basterebbero sei ore a leggerli. Diceva Borges, nelle sue lezioni americane, che, credenti o no (lui non lo era), le tre storie meglio raccontate al mondo sono IliadeOdissea e Vangelo, e proprio in quest’ultimo trovava la perfezione del racconto epico. Sì, Borges dice «poema epico», perché è il genere in cui l’uomo si confronta con il destino. Nei Vangeli si trova un’arte di vivere che non ha nulla a che vedere con lo smorto sentimentalismo e citazionismo a cui sono spesso ridotti. Una delle cause è nella lettura che ne diede Nietzsche ravvisando nel cristianesimo proprio il contrario dell’epos: le dimissioni dalla vita terrena a favore di quella ultraterrena. Eppure chi legge davvero il Vangelo non trova un invito a ritirarsi dalla vita, ma una sfida: a differenza degli «straordinari» eroi omerici, trova l’epica dell’uomo «ordinario», perché eroica è ogni vita, perché anche la più nascosta deve venire alla luce. Lo mostra proprio la parabola «dei talenti». Parabola (da «lanciare attorno» e da cui il nostro «parola») è un racconto che prova a definire qualcosa di così denso che si può farlo solo con il linguaggio metaforico, e in questo caso il tema scottante è il giudizio divino. Comincia così: «Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni». Il creato è affidato all’uomo: non è proprietario, ma custode, non è padrone, ma al servizio. Il padrone parte, la fiducia nell’uomo è totale: una certa «assenza» di Dio è buona, garantisce la nostra libertà. Tornerà, ma nel frattempo la sua presenza è nei beni. L’epica comincia a emergere: la vita dell’uomo è responsabilità (rispondere all’inatteso) e protagonismo (combattere in prima linea). Il racconto infatti continua così: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì». Il passo è decisivo: i talenti non coincidono con le capacità, ma sono dei beni affidati in base ad esse. Le capacità sono il frutto del grande gioco di libertà umana e necessità del cosmo (scelte, genetica, ambiente), e la base di ogni benedetta differenza. «Ha le capacità ma non si applica» è il ritornello che ha descritto migliaia di alunni. Ma quali capacità? A questo deve saper rispondere l’educatore: se non lo ha chiaro non può educare a coltivare i talenti. Nella parabola il padrone li affida in base alle capacità, a ciascuno viene dato il massimo. La capacità di un boccale di birra è diversa da quella di un bicchiere da liquore, ma se vengono colmati sono pieni entrambi. I talenti sono quindi «tutta la vita» che possiamo ricevere in base alla nostra «capacità».

Ai tempi di Cristo un talento era una cifra esorbitante: 35 chili d’oro (oggi 1,2 milioni di euro). Questo significa che a ciascuno viene affidato qualcosa di grandioso, né al di sopra né al di sotto delle proprie possibilità e nel rispetto delle differenze: un dono inatteso che chiama all’avventura. Così i talenti rendono alcuni servi gli eroi della storia: «Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che ne aveva ricevuto uno solo, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone». O ci si impegna da protagonisti per ampliare la vita che ci tocca o la si sotterra. Sappiamo come finisce: il padrone torna «dopo molto tempo» (la durata della vita) e premia chi ha moltiplicato: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Chi ha saputo ampliare una piccola parte del patrimonio della vita lo riceve tutto intero: diventa padrone. Invece l’antieroe si giustifica: «Per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo». Ha sprecato la vita per paura, le sue capacità sono rimaste inattive, e resta un servo: «Servo malvagio e pigro, avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così l’avrei ritirato con gli interessi. Toglietegli il talento, e il fannullone gettatelo fuori nelle tenebre». Il pigro non prende posizione, sotterra la vita, che gli viene tolta perché non l’ha mai vissuta: «Questi sciaurati che mai non fur vivi», così Dante chiama gli ignavi, coloro che, indifferenti a tutto, sono morti in vita.

Il talento è allora la vita stessa nel suo darsi: l’uomo è vivo se rimane aperto, riceve tutta la vita che può e la moltiplica. Come? Attraverso la creatività, dote di tutti gli artisti del quotidiano: siamo fatti per creare con la materia che riceviamo. Tanto che possiamo adattare a ciascuno le parole di Dostoevskij sul poeta: «Non è lui il vero creatore, bensì la vita, la possente sostanza della vita, l’autentico Dio vivente, che concentra la forza e la varietà della sua potenza creativa, perlopiù in un cuore generoso, cosicché se si può dire che non è il poeta stesso l’autentico creatore tuttavia la sua anima è indubbiamente la miniera che crea il diamante». Creare ha infatti la stessa radice di crescere: crea chi fa crescere la vita, cioè chi ama. I talenti di un docente sono le vite degli alunni: da ricevere e moltiplicare, non sotterrare. I talenti di un padre sono i figli, il talento di un marito è la moglie. Il talento di un artista è un dolore da trasformare in bellezza. Insomma il talento è tutto ciò che riceviamo ogni giorno, sta a noi decidere se diventare protagonisti (accettare e moltiplicare) o indifferenti (sotterrare). Inoltre i talenti, mentre proviamo ad accrescerli, fanno crescere le nostre capacità: se accresci, cresci. Continua infatti Dostoevskij: «Dopo si ha la seconda fase dell’intervento del poeta, dopo aver trovato il diamante, lo rifinisce alla perfezione (qui la sua parte è quasi solo quella di un gioielliere)». Più mi impegno per le vite degli alunni (tanti talenti quanti nomi) più le mie capacità educative crescono, divento l’eroe di un poema quotidiano: servire la vita senza essere servo, anzi uscendo dalla condizione servile proprio grazie al patrimonio che mi viene affidato. Ed è una gioia!

Il letto da rifare oggi è restituire al talento il significato ricettivo, ridimensionando quello prestazionale alimentato dall’io frammentato che si aggrappa a ciò che sembra dargli consistenza. Mente chi dice di non avere talenti: è un talento il lunedì, un amico, un film, persino un dolore o una crisi, perché tutto è vitale. Vivere non è ingabbiare la vita in schemi e pretese, ma scegliere che posizione prendere rispetto a ciò che ci viene incontro: ricevere e moltiplicare, rischiando, o sotterrare per paura o comodità. «Adesso so che posizione prendere», così scriveva nel suo Diario Etty Hillesum, ebrea, innamorata del Vangelo di Matteo, morta in campo di concentramento, e si chiedeva: «Sono già abbastanza avanti da dire: spero di andare al campo per essere di appoggio alle ragazze di sedici anni che ci vanno? Per rassicurare i genitori: non siate inquieti, io vigilerò sui vostri figli. In fondo il nostro unico dovere è dissodare in noi stessi vaste aree di pace, per irraggiarle sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato». Cara ragazza della lettera, c’è sempre qualcosa di cui essere ricchi e da dare: il segreto è rimanere aperti per riceverlo, ogni giorno, e prender posizione per moltiplicarlo, costi quel che costi. Solo così, nel poema di ogni vita, tutto diventa vero, tutto viene alla luce.

Corriere della Sera, 5 novembre 2018

 

https://www.corriere.it/alessandro-davenia-letti-da-rifare/

 

Buona Settimana

Don Stefano

Da Lunedì 22 Aprile a Mercoledì 24 Aprile 2019 la pastorale giovanile del decanato di Carnago propone ai pre-adolescenti di 2° e 3°media un pellegrinaggio ad Assisi.
Alloggio: Hotel Oasi San Francesco a Foligno.
La quota di iscrizione prevede : viaggio in bus gran turismo, pernottamento, colazione, cena, assicurazione, materiale di animazione.

Quota
: 220,00 euro.

Iscrizioni: consegnare il modulo  insieme alla quota di preiscrizione di € 50,00.
Venerdì 9 Novembre dalle 20:30 alle 21:00 presso l’oratorio di Solbiate
Sabato 10 Novembre dalle 9:45 alle 10:15 presso l’oratorio di Castronno
Venerdì 16 Novembre dalle 20:30 alle 21:00 presso l’oratorio di Caronno

Sabato 24 Novembre alle 20:45 presso l’oratorio di Caronno Unica data per la consegna saldo e moduli per la delega dell’assistenza sanitaria debitamente compilati. (ricordarsi di portare la fotocopia della carta d’identità dei genitori e del ragazzo/a)

PRE ISCRIZIONE ASSISI – DECANATO CARNAGO

Domenica 9 Dicembre dalle ore 09:15 si svolgerà il ritiro d’Avvento Adolescenti presso la Casa di Nazareth a Gignese (VB)

Si partirà alle ore 09:15 da Carnago e le attività si concluderanno alle ore 16:00 con la Santa Messa.
Il costo di 20 € comprende il pranzo (i Padri offriranno un piatto di pasta) e il trasporto col pullman.

Le iscrizioni dovranno pervenire entro martedì 13/11 compilando il modulo allegato..

Volantino ritiro d’Avvento Ado

Sabato 24 Novembre dalle ore 16:00 alle ore 22.30 si svolgerà il ritiro d’Avvento PreAdolescenti presso l’oratorio di Caronno Varesino.

Le attività si svolgeranno dalle 16.30 alle 19.00, seguite dalla pizzata (costo 5 euro) e dalla veglia.

Le iscrizioni dovranno pervenire entro domenica 18/11 compilando il modulo allegato..

RitiroAvventoPreAdo

Giovedì scorso, 1 novembre, abbiamo celebrato la Solennità di Tutti i Santi: i Santi sono coloro che sono riusciti nella vita, che hanno raggiunto lo scopo. Nessuno vuole essere un fallito: poco importa se gli altri lo pensano. Ma questo non basta: è necessario che ognuno non fallisca in riferimento a ciò che vale, a ciò che conta veramente. Non è sufficiente, infatti, “sentirsi” a posto, sentirsi bene; bisogna “essere” a posto e star bene nella verità. I Santi sono coloro che hanno vissuto non per sentirsi appagati, ma per fare il bene, sapendo che il bene forse non riempie le tasche e non soddisfa gli istinti, ma colma il cuore e la vita.

Il bene si declina, perché la bellezza di Dio è infinita, e gli uomini sono diversi per carattere, per vocazione e talenti. Per questo i Santi sono diversi, e possiamo dire che ognuno ha la propria santità, colora la bontà di Dio secondo delle tinte proprie. Possiamo ispirarci ai Santi del cielo, ma mai copiarli: l’unico vero modello è Gesù.

I Santi, nella loro vita, hanno fatto risplendere questa bellezza vivendo con i sentimenti di Gesù, imparando a pensare con il pensiero di Cristo, ad amare con il suo cuore. Questo cammino di appartenenza radicale a Lui, si chiama vita spirituale. E’ la vita spirituale che riempie l’esistenza: la vita spirituale non è intimismo e fuga dalle responsabilità. Al contrario, è dare anima e spessore alla nostra storia, a tutto ciò che dobbiamo fare secondo la nostra vocazione. Siamo chiamati a diventare santi “attraverso” i nostri doveri, perché il Signore non ci aspetta altrove, in situazioni ideali, ma nella concretezza e semplicità della vita quotidiana: in famiglia, in casa, nel lavoro, nel tempo libero, nella comunità cristiana e in quella civile.

Che i Santi ci diano il coraggio di abitare questo mondo con una parola chiara: essa non è nostra ma del Vangelo, quindi non ne siamo padroni arroganti ma servitori. Ci diano il coraggio di seguire l’esempio dei tanti santi che vivono accanto a noi senza saperlo: nelle nostre case, sulle nostre strade.

 

 

Buona Settimana

Don Danilo

Come consuetudine anche quest’anno ci viene offerta la possibilità di introdurci al tempo dell’Avvento con una 3 giorni di Esercizi Spirituali che si terranno nelle sere dal 19 al 21 Novembre presso i Frati Cappuccini di viale Borri a Varese.
Predicherà don Matteo Saita e il tema sarà “Il tuo volto, Signore, io cerco”

Manifesto-Esercizi Spirituali-Avvento