La Quaresima si avvia al termine e la Pasqua è vicina, per questo la liturgia della Chiesa Cattolica invita a meditare sul brano della Resurrezione di Lazzaro. Il Vangelo secondo Giovanni è l’unico, fra la Sacra Scrittura, a riportare questo brano, come segno ed anticipazione della resurrezione di Gesù. La valenza simbolica del racconto è molto alta: l’evangelista, infatti, non solo imputa la condanna a morte di Gesù proprio a questo miracolo, ma incentra l’intera scena sulla figura di Cristo; Lazzaro non dirà nemmeno una parola. Seguiamo ora il racconto.

«Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato»La frequentazione fra la famiglia di Lazzaro e Gesù era stretta, la città di Betània – che significa, letteralmente, Casa dell’afflizione, oppure della povertà – sorge su un versante del monte degli Ulivi, circa a 3 km da Gerusalemme. È probabile che le occasioni di incontro con la famiglia di Lazzaro avvenissero proprio durante le soste di Gesù a Gerusalemme. E la loro relazione era particolarmente stretta: «3 Signore, ecco, colui che tu ami è malato. […] 5 Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro».

Come per il racconto del Cieco nato, anche questa malattia, la morte, è avvenuta per la glorificazione del Figlio di Dio. Vi è qui un particolare, che ad un primo sguardo potrebbe sconvolgere«Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava». Perché Gesù aspettò due giorni e non si recò subito dall’amico ammalato? Il valore simbolico di questa attesa è di una certa rilevanza: «solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione!) annuncia la sua volontà di recarsi in Giudea». (E. Bianchi)

Gesù si reca a Betània con i suoi discepoli – non senza “resistenze” del tutto umane«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» – e la prima ad accoglierlo è Marta. Letterariamente, il racconto è basato su di un fraintendimento: Marta, infatti, è convinta che il fratello risorgerà, ma nell’ultimo giorno, come profetizzato dal profeta Daniele (Dn 12,2). Secondo la tradizione giudaica, infatti, l’anima del defunto scende nello Sheol/regno dei morti, come un’ombra priva di vita, ma resusciterà nell’ultimo giorno. Gesù, invece, spiega il significato della resurrezione«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».

Marta andò a chiamare Maria, la quale rivolge le stesse parole a Gesù, ma in modo diverso: lei, infatti, sta piangendo. Ed il suo pianto per il fratello defunto deve essere stato così struggente, che anche gli astanti proruppero in lacrime. Qui bisogna sostare un attimo sulla commozione di Gesù, che lo presenta nella sua profonda umanità, nella sua essenza. La relazione autentica che ha con Lazzaro va al di là, riesce ad andare oltre anche alla morte – il limite intrinseco di tutti gli esseri viventi.

Non era sicuramente una relazione formale, come succede quasi esclusivamente oggi. La relazione autentica supera la forma e le forme, arriva alla sostanza, al cuore dell’uomo. Andare oltre la forma significa rispondere all’altro, essere responsabile con e per l’altro, per ogni altro, per ogni creatura. Salvaguardando l’infinito mistero iscritto nel cuore, nell’anima e nella libertà del creato.

Prima che Lazzaro esca dalla tomba, dalle catene della morte, Gesù prega – non perché avvenga il miracolo, si badi bene: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Gesù rende semplicemente grazie, ringrazia il Padre per il dono di profonda, misteriosa e sostanziale unità con Lui.